Liberalismo e democrazia

Alberto Giovanni Biuso 14 commenti 569 visite

A Macugnaga ho sottolineato la differenza concettuale e storica tra Liberalismo e Democrazia. Una piccola -ma attualissima- conferma arriva da un articolo di Nadia Urbinati sulla Repubblica di oggi, là dove si legge che "Per questa ragione è fuorviante parlare di tirannia della maggioranza, perché, come ben compresero i liberali ottocenteschi, in un governo rappresentativo è sempre e comunque una minoranza a tenere le fila del potere della parola". Emerge dunque tutta la capacità analitica di Weber e diminuisce di molto la pretesa di noi contemporanei di vivere in una democrazia più avanzata di quella ateniese. Anche perché le attuali classi dirigenti italiane (ma non solo) vengono selezionate sulla base di criteri tribali (massonerie, finanze, chiese, mafie varie) e non sul fondamento "dell'ingegno, dell'impegno e del merito", come scrive ancora l'autrice dell'articolo.

Commenti (14)

Se le cose stanno così, dovremmo convenire con Platone, là dove la sua critica alla democrazia si coniuga con l’impossibile progetto di uno Stato perfetto.
Solo in tale Stato -secondo Platone – si poteva contare sull’impegno di “filosofi” che, ricordiamolo, dopo aver compiuto cinquant’anni e dopo un lungo tirocinio di formazione specifica, potevano amministrare lo cosa pubblica. E’ questo l'”ingegno, l’impegno e il merito” che adesso noi auspichiamo? Il nostro Guido – intuisco – sarebbe pronto ad annuire. Eppure una strada più concreta per vivere meglio insieme dovrà pur esserci! Potrebbe essere proprio quella del liberalismo, proposta da Alberto (al netto del suo velato pessimismo basato sull’attualità), la via? In effetti dovremmo ripensare tutti noi una semplice ma verissima constatazione: non tutti possono governare. Decenni di velleitarismo utopistico in Italia, e forse millenni di egualitarismo cristiano – travisato? – hanno impedito oppure offuscato tale ovvia constatazione. Ripartiamo da Weber oppure dai padri del liberalismo classico.

A me pare che un sistema politico che riconosce a tutti gli adulti, uomini e donne, il diritto di prendere parte alle decisioni che riguardano tutti sia sempre più democratico di quello che a priori toglie questo diritto alla maggioranza dei membri della comunità, come avveniva ad Atene. Anche se, di fatto, si è lontani da una simile democrazia ideale (per varie ragioni solo una minoranza in realtà è in condizione di esercitare il potere), avere riconosciuto almeno in teoria l’uguale diritto di tutti alla gestione della cosa pubblica mi pare un bel passo avanti. Inoltre, che liberalismo e democrazia, come scrive Alberto, siano concettualmente e storicamente differenti è certo, ma ciò non toglie che nel Novecento si sia istituito uno stretto rapporto tra loro, tanto che si può parlare di regimi liberaldemocratici. Concordo, infatti, con Bobbio quando sostiene che “lo stato liberale è il presupposto non solo storico ma giuridico dello stato democratico. Stato liberale e stato democratico sono interdipendenti in due modi: nella direzione che va dal liberalismo alla democrazia nel senso che occorrono certe libertà per l’esercizio corretto del potere democratico, e nella direzione opposta che va dalla democrazia al liberalismo nel senso che occorre il potere democratico per garantire l’esistenza e la persistenza delle libertà fondamentali. In altre parole: è poco probabile che uno stato non liberale possa assicurare un corretto funzionamento della democrazia, e d’altra parte è poco probabile che uno stato non democratico sia in grado di garantire le libertà fondamentali. La prova storica di questa interdipendenza sta nel fatto che stato liberale e stato democratico, quando cadono, cadono insieme”(Il futuro della democrazia, Torino 1984, pp 6-7). E la riprova è costituita dal fatto che oggi, specialmente in Italia, sono in pericolo i fondamenti sia del liberalismo che della democrazia.

Ho ricevuto da una mia amica di Catania una mail così lucida e densa da chiederle l’autorizzazione a pubblicarla su http://www.girodivite.it.
Si tratta di una analisi del significato del berlusconismo per l’oggi e per il futuro secondo me straordinaria. Mi ha ricordato le affermazioni di Max Weber sul potere che abbiamo discusso a Macugnaga: “non si dà aberrazione dell’attività politica più deleteria dello sfoggio pacchiano del potere e del vanaglorioso compiacersi nel sentimento della potenza, o, in generale, di ogni culto del potere semplicemente come tale” (Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, p. 103).
Vi propongo di leggere il testo di Anna: Il mostro morente e, se volete, di dare la vostra opinione.

@Salvatore Fricano
Caro Salvatore
annuisco decisamente alla posizione di Nadia Urbinati che è spiaccicata alla mia che noto ti ricordi ancora dopo Macugnaga. Semplicemente la democrazia del merito, dell’ingegno e dell’impegno si trasforma (e sublima) nella fatidica Aristocrazia, giacchè cessa di essere fondata sul becero “una testa (qualsiasi testa) un voto”. Tutto qui.
Poi sul criterio di valutazione dell’ingegno e del merito c’è da discutere non poco ovviamente, ma è un altro problema. Io ritengo. come dissi a Macugnaga, che i più papabili siano, siamo noi Filosofi. Ma ecco che è già difficile classificare i filosofi; chi lo è e chi no?
Mi sono addirittura e surrettiziamente appena messo dentro anch’io come avrai notato, pensa un po’.
E poi, pur avendoci classificati filosofi (senza elezioni naturalmente) anche al “nostro” interno come si dovrà stendere una gerarchia ancora senza elezioni? Io ritengo che siano questi gli scogli duri su cui lavorare. Proprio per non partire da zero il classico metodo per titoli ed esami non mi sembra poi tanto male, ma certo si può migliorare.
Grazie e ciao
Guido

@Elio Rindone
Caro Elio,
tu dici “un sistema politico che riconosce a tutti gli adulti, uomini e donne, il diritto di prendere parte alle decisioni che riguardano tutti sia sempre più democratico di quello che a priori toglie questo diritto alla maggioranza dei membri della comunità, come avveniva ad Atene”. Che tale criterio sia democratico, anzi “quello” democratico non ci piove. Ma che sia anche il migliore invece ci uragana …. Mi ripeterò, ma la questione non è scovare o affinare il metodo in modo che sia più democratico di altri ma, al contrario, per me si tratta di superare la democrazia tout court.
L’empasse che mina alla base tale sistema, e che noto, con tutto il rispetto, anche tu sembra tracuri o dai per scontato. è che si fonda su un principio che è puramente emotivo, culturale e del tutto gratuito e infondato. il principio dell’uguaglianza tra le persone.
Il mondo non l’ho fatto Io e non ne ho colpa, ma rilevare la diseguaglianza intrinseca e generalizzata tra gli individui (per sesso, età, lingua, religione e, perchè no, intelligenza, saggezza, creatività ecc) è più che evidente e scontato. Tu stesso escludi i bambini dal fatidico diritto di voto; dunque concepisci una intrinseca inevitabile loro differenza o, diciamolo pure, inferiorità rispetto agli adulti. Tra l’altro su quale versante collocherai quella prima differenza se non già su quello dell’ingegno, del merito e dell’impegno. Se continui ad applicare tale analisi di valore anche sugli adulti, che spesso rimangono tali e quali ai bambini, ecco che il procedere per esclusione e verso l’affinameto porta anche te fatalmente a superare il metodo democratico per l’aristocratico.
Ciao e grazie
Guido

@Biuso
Caro Alberto, mi permetto un intrevento esplosivo e non più rinviabile, che spero coglierai nell’essenza, che non è proprio a favore di voi (noi?) “uomini di pensiero”.
Per l’amicizia che, spero, ormai ci lega, sono certo che non ne avrai a male. Peraltro si sarà capito come la penso (ricordo che non voto e dunque neppure per il Silvio) ma adesso voglio essere ancor più chiaro e totale. Quanto ti dico vale, ovviamente, anche per Augusto, Elio, Giorgio e penso molti dei 35 amici di Macugaga.
E’ una lettera, un po’ troppo lunga, che vi invio prima di mandarla alla “Prealpina” di Varese.

Invidia strisciante
Premetto che mi considero “Vergin di servo encomio e di codard’oltraggio”, non avendo votato negli ultimi trent’anni, ma devo “sorgere ora” perché con Videocracy la misura è colma ……
Orbene nel sincero tentativo di trovare fondamento alla tesi per cui il Silvio nazionale sarebbe il solo colpevole dell’attuale nostro sfascio culturale e intellettuale, mi tocca fare una precisa domanda agli intellettuali laici, di sinistra o cattocomunismi, che certo sbavano per Erich Gandini.
Mi rivolgo idealmente all’intellighenzia pidiessina e marxista (marxiana??) alla Cacciari, o ai laici tipo Flores d’Archais, Vattimo, Odifreddi, più a tutto il versante giornalistico dei “repubblicofili” e dei tuttologi, sedicenti incorruttibili alla Travaglio e Santoro, non so se più patetici che incazzati o semplicemente infantili (per loro Silvio può sempre e solo fare nefandezze).
Or dunque: ”Dove sta scritto, nella Bibbia, nel Corano, nel Capitale o in qualche estasi massonica o metafisica, che il buon Silvio, all’apertura del libero mercato della TV e della Radio, accettò la sacra missione di costruire la civiltà della sapienza e che promise di sviluppare fino a portare al potere il sapere critico, la creatività e la ricerca della verità?”. Se ci fosse tale preciso riscontro, Io per primo potrei concordare che il Silvio si meriterebbe la massima condanna, per tutte le disgrazie (compresi crisi economiche, terremoti e guerre) che hanno infestato il nostro tempo.
In realtà il Silvio non ebbe alcuna visione o unzione divina ma semplicemente e legalmente fece il suo mero, lecito e sacrosanto interesse, come avrebbe potuto fare chiunque altro. La storia ci dice che per farlo ha elargito evasione, gossip, calcio, culi, tette e, in una frase, “vuoto di valori” ad un pubblico ancor più vuoto e nullapensante, che peraltro ha più che gradito. Videocracy è un discreto film storico e niente più.
Ma lo stesso Silvio non si è mai vantato di essere la fiaccola del pensiero critico o della dialettica filosofica. Trent’anni fa capì che i vuoti bramavano il vuoto e che, se glielo avesse dato, avrebbe fatto un impero. Fatto. Non ci sono colpe morali o politiche ma solo fredda impresa, libero mercato ed economia, la quale non è una missione come credono certi illusi, ma il moderno, globale e glaciale metodo per sopravvivere degli umani. Non l’avesse fatto Silvio, l’avrebbe fatto Alberto, Marco o Giovanni, altri uomini qualunque capaci d’imprendere.
Liberalizzare vuol dire sciogliere i legacci a tutti: buoni e cattivi, ricchi e poveri, missionari e affaristi.
Tutti costoro potevano scendere in campo e perseguire i propri interessi in libera concorrenza con gli altri.
Se poi si liberalizzano i mezzi di comunicazione, che sono le arterie del pensiero, vuol dire perdere coscientemente e volontariamente il controllo sul futuro dell’interscambio culturale, sui modi e sui fini che il pensiero vuole o deve raggiungere e abbandonarsi all’incertezza e alla fortuna. Significa soprattutto impotenza e sconfitta della politica davanti alla tremenda sfida di governare il divenire dell’uomo, non solo e non tanto politico e culturale ma soprattutto ontologico e, diciamolo pure, trascendente, fondato sull’insopprimibile ricerca del senso e dell’assoluto. Infatti, liberalizzando, esplodono soprattutto i bassi istinti, che vanno in tutt’altra direzione e se qualcuno li cavalca, non può certo esserne lui la causa, visto che viene dopo, ma semmai il loro stimolatore, evidenziatore o la loro cartina al tornasole.
Dunque, se da un lato assolvo e quasi apprezzo il buon Silvio per avere messo a nudo tale vacuità storica e generalizzata dell’uomo del 2000, dall’altro devo alzare il dito indice contro quegli stessi che ieri, l’altro ieri e oggi continuano a denigrarlo e ad offenderlo, scaricandogli addosso proprio le gravissime colpe storiche che toccano decisamente e unicamente a loro.
Sto accusando i veri responsabili dell’attuale disastro delle menti, che è ben peggio dell’odierna crisi mondiale. Infatti, non al Silvio, ma a ben altri sarebbe toccata la responsabilità strategica e politica di valorizzare e rilanciare il pensiero. Sto parlando di chi, per definizione, di pensiero ci vive, ci lavora e si appassiona. Dov’erano e cosa facevano trent’anni fa i cosiddetti intellettuali, i pensatori e i filosofi, fuori dalle polverose e già obsolete aule universitarie? Pochi o tanti erano anche loro testimoni di quel cambiamento epocale, che permetteva di inviare l’intera Treccani in Australia subito, gratis e con un semplice Click? Non sono stati sempre loro i pionieri, gli ideologi e i fari-guida di ogni serio e originale mutamento o rivoluzione? Kant (illuminismo), Hegel (idealismo e nichilismo), Marx (comunismo), Marcuse (contestazione e consumismo) sono solo gli ultimi e più noti di una lunga catena di eroi del pensiero di mezzo e del cambiamento.
Perché in quei “formidabili anni ottanta” tutti mancarono l’appuntamento? Troppo impegnati a studiare la fine del ‘68 o la guerra fredda, non s’accorsero che era arrivato il fatidico momento di scuotere milioni di cervelli addormentati da sempre e portare Socrate e Hidegger in video o in radio? Perché non hanno lanciato la “Rete del pensiero” o la ”Radio ontologica”? Forse perché non c’era un mercato e non sarebbe rientrato l’investimento? Ma se anche loro inseguivano il profitto, perché criticare il Silvio che, seppure con “altri prodotti”, voleva lo stesso obiettivo? In effetti, l’impresa sarebbe stata ciclopica, giacché si trattava di formare ex novo un mercato, che per millenni era stato solo potenziale, inducendo “nuovi” bisogni (che i filosofi almeno loro hanno sempre avuto), per poi infine soddisfarli. Questa e non altre era, al lancio di libera antenna, la vera sfida da accettare e vincere. Ma gli intellettuali rimasero alla finestra e del tutto passivi.
E non dicano che gli mancavano i soldi. Lo stesso Silvio ne aveva allora certamente molto meno di loro.
O che gli aveva rubato le frequenze, perché di quelle ce ne sono sempre state infinite.
Oppure che fu lo stesso potere a favorire Silvio, giacché la liberalizzazione fu totalmente democratica, imparziale e fruibile da chiunque e, del resto, chi ha mai impedito agli intellettuali di andare al potere?
Gli stessi “grandi giornali” che di soldi e consapevolezza critica erano ben forniti, cos’hanno fatto?
Per non dimenticare la stessa religione e la chiesa cattolica, quella che oggi lamenta il dilagante vuoto esistenziale, di valori e di senso. Si è mai degnata di realizzare a livello nazionale “la TiVù della fede” o “ la Radio di Dio”? Radio Maria è meglio di niente ma la dialettica e la ricerca della verità sono un’altra cosa.
La morale è che è molto più facile criticare e reagire, che costruire ed esporsi in prima linea e di persona.
Il tentativo degli intellettuali di mascherarsi dietro a un dito, spacciandosi per vittime quando sono loro i veri colpevoli, potrà convincere il pecorame sprovveduto ma è perdente sul piano dell’analisi storica.
Perché prendersela, dunque, con chi, in tutta legalità (le decine di processi, in cui è stato imputato e regolarmente assolto, bastano e avanzano), cocciutaggine, coraggio e passione, ha semplicemente riempito una nicchia commerciale vuota, partendo da zero e investendo tutto se stesso in un’idea e in un progetto, come avrebbero potuto fare tanti altri, già più ricchi e potenti? La risposta è ovvia: per pura invidia.

guido.martinoli@libero.it

Su Videocracy ho esposto qui il mio parere, molto diverso dal tuo, caro Guido: Videocracy. Basta apparire.
In un altro breve intervento ho parlato della censura subita da questo film da parte della Rai (oltre che, ovviamente, di Mediaset).

Sul tema che proponi ho anche scritto la mia più recente brachilogia: Carne da televisione.

Contrariamente a quanto tu e milioni di altre persone credono di sapere, Berlusconi non è un imprenditore liberista ma è un monopolista e statalista sostenuto da massonerie (loggia P2), mafie (Dell’Utri) e partiti (il PSI di Craxi). Quindi il quadro che delinei del personaggio è totalmente inventato dalle televisioni che imboniscono le masse.
Visto che tuo desiderio è affrancarti da esse, dovresti prima di tutto informarti meglio.
Sono certo che di questo invito che ti rivolgo in amicizia neppure tu ti offenderai 🙂

Caro Guido,
lasciando da parte l’ultima discussione, vorrei ricollegarmi ai tuoi precedenti interventi – sopratutto al penultimo – poiché credo siano interessanti. Benché i suddetti interventi fossero risposte a dei commenti (di Fricano e di Rindone) spero, con i miei pensieri, di non intromettermi tra te e loro e, se questo dovesse per caso essere l’effetto sortito, mi scuso anticipatamente.
Bene, anch’io sono d’accordo, in linea di massima, con l’articolo di Nadia Urbinati, soprattutto quando afferma che “[…] è urgente che l’opposizione si scrolli dal torpore delle sue solipsistiche diatribe che ne paralizzano l’azione politica e si faccia promotrice di un coerente discorso politico alternativo che rimetta in moto un movimento civile di opinione che chieda a voce alta verità e giustizia, che sappia riportare i cittadini nell’agorà pubblica; in secondo luogo vanno usati tutti gli strumenti giuridici di cui il nostro Stato e l’Ue dispongono […] in fine, mettere in moto tutti gli strumenti dei quali l’opinione politica libera può disporre, […] è la nostra Costituzione scritta che ci legittima a fare quello che dobbiamo per difenderla”. Ora, appunto perché mi sento legato razionalmente ai valori che stanno alla base della democrazia, mi permetto di dissentire dalle tue idee. Inoltre, poiché a parer mio occorre semplicemente impegnarsi per sostenere quegli stessi ideali che sorreggono le democrazie (partendo dall’educazione delle generazioni) e combattere (legalmente) affinché i principi democratici vengano messi in pratica di fatto (per mezzo dell’etica personale, da un lato, e della protesta organizzata, dall’altro) sarei molto curioso di conoscere le caratteristiche che dovrebbe avere la rivoluzione politica da te auspicata, e di sapere su quali basi poggia il tuo discorso; potrebbe essere illuminante e sarebbe bello, poiché non c’è dubbio che la pratica democratica, soprattutto in Italia, presenti dei gravi limiti antidemocratici. Purtroppo però è da Macugnaga che aspetto invano di sentire la tua pars construens. Certo, non voglio negare che tu abbia indicato qualche “perché”, ma mi sembrano pochi e, inoltre, ritengo che quei pochi non siano convincenti. In particolare:

1)Se il potere deve essere detenuto dai “filosofi” bisogna stabilire chi siano realmente questi e, come tu osservi, ciò è difficile: secondo me è addirittura impossibile stabilirlo con precisione. Il tuo discorso fa pensare che potrebbero essere coloro che, consapevoli dell’imminenza della morte, si interrogano sui fondamenti ultimi dell’esistenza e, più in generale, di tutta la realtà; ma a me pare evidente che, chi più chi meno, moltissime persone (presto o tardi) lo facciano. Anche per questo non mi riconosco con l’ideale di superiorità che c’è dietro al tuo “noi Filosofi” e ritengo sacrosanta la possibilità di ogni cittadino di partecipare, se democraticamente eletto, al governo della cosa pubblica. Ma c’è, credo, anche un problema ulteriore. Questo potere dovrebbe esser detenuto non solo da filosofi ma anche da filosofi convinti che l’aristocrazia dei filosofi sia il migliore dei governi. In altre parole non vi sarebbe spazio, tra i governanti, per una persone che la pensino in modo diverso, le quali, pur essendo magari un grandi intellettuali, ritengano che la politica abbia bisogno di una riforma democratica. Non c’è spazio per la diversità. Tutto ciò, se si volesse preservare questa forma di aristocrazia, forse, condurrebbe a una conclusione poco ragionevole: il vero filosofo è colui che pensa che il governo dei filosofi sia l’unico possibile e che, in generale, ritiene vi sia una verità assoluta che non si può mettere in discussione. E’ questo a cui dovremmo arrivare? E poi, chi dirige, chi controlla i governanti decidendo chi sono coloro aprioristicamente esclusi dal diritto di comando? Forse un dio? Questi limiti sono assenti in una democrazia.
2)Il principio di eguaglianza di cui parli non è soltanto emotivo e culturale e, credo, non è affatto “infondato”. Esso è, come dimostrato, anche biologico, neurologico ed esistenziale (per quanto, mi rendo conto, quest’ultimo termine è vago). Evidenti sono anche però le diseguaglianze (siamo diversi su molte cose). Dunque? Dunque la realtà non è bianca o nera, ma è qualcosa di complicato (in genere, un bel grigio perla). Vogliamo porre l’accento sulle uguaglianze o sulle diseguaglianze? E perché? Questo punto non lo hai risolto esaustivamente, lo hai scavalcato ponendo l’accento solo sulle diseguaglianze.
3)E’ evidente che escludere i “bambini” dal diritto di voto per la loro diversità non conduce necessariamente a procedere “verso l’affinamento” e a “superare” la strada della democrazia; inoltre se – come tu dici – continuo “ad applicare tale analisi valore anche sugli adulti”, immagino che, certamente, mi dispiacerebbe se a condurre un governo fosse un bambino cresciuto, ma magari mi ricorderei del rispetto che devo verso coloro che lo hanno votato, in quanto persone che nell’essenza sono uguali a me (hanno degli obiettivi, della paure, degli affetti, si pongono domande) e quindi sono degne di esser comprese. In fondo, poi, può sempre capitarmi di sbagliare e, uno scambio dialettico con altri humani, potrebbe risultarmi utile. (Al di là di ciò non parlerei, nel caso dei bambini, di “inferiorità” assoluta: “[m]aturità dell’uomo: ritrovare la serietà che da bambini si metteva nel gioco” (F. Nietzsche); parlerei piuttosto di piccolissime diversità dell’attività neuronale).
In conclusione, al di là di questa generale e un po’ banale critica all’aristocrazia, penso che entrambi siamo d’accordo sul fatto che sarebbe bello che i governanti fossero onesti, colti e carismatici. Se queste sono le caratteristiche di un filosofo, ben vengano i filosofi al governo! In effetti quando in una democrazia si va al voto, noi cittadini abbiamo la possibilità di scegliere coloro che ci rappresenteranno. Ce ne sono “filosofi”? Perché la risposta sembra negativa? Chi capirà, prima di votare, che va premiata l’onestà di una persona? Chi riuscirà a sapere, informandosi, chi è veramente onesto? Ce ne saranno di onesti in questa società? Sarà, inoltre, apprezzata la cultura di un individuo (più della sua furbizia)? Sembra proprio che l’unico modo per migliorare sia infondere dolcemente e profondamente tali valori nella società continuando ad ascoltare e a imparare da tutti, e far sbocciare liberamente questi fiori, in una società socialdemocratica. In altre parole, non ci saranno veri “filosofi” al governo finché tutti non avremo la possibilità di esser un po’ “filosofi” (in un’accezione che si avvicina molto a quella socratica).
Quanto ho detto finora non intacca, anzi rafforza, il metodo democratico e i valori da cui è sorretto. Ma bisogna aver un po’ di fiducia nell’uomo per portare avanti questo tipo di pensieri e, se tu pensi che la gente possa invidiare una persona qualsiasi solo per il suo potere materiale, per l’assenza di pace che c’è nel suo volto, per la sua banalità volgare e per la sua malvissuta vecchiaia, le ipotesi sono due: o sei tu che in realtà invidi il potere economico e la sfrontatezza (ipotesi che, senza dubbio, mi sento di escludere) oppure hai pochissima fiducia nel prossimo; e il fatto che tu, Guido, non abbia “tutti i torti” non esclude che tu abbia qualche bel torto. Ti saluto e ti ringrazio.

Colgo inoltre l’occasione per ringraziare Salvatore Fricano per la creazione di questo graditissimo luogo di discussione; la citazione di ieri, proveniente dalla penna di Tagore, secondo cui “[c]hi non vede il fratello nella notte, nella notte non può vedere se stesso” è stata particolarmente preziosa.
I migliori saluti a tutti,
Riccardo

@Riccardo L. Appolloni
Caro Riccardo, grazie dell’attenzione.
Ti sento pervaso dall’ottimismo e dall’amore per gli uomini che caratterizza molti democratici.
Emozioni e sentimenti un po’ romantici e fatalmente religiosi, che ritengo, ahimè, falsino l’approccio critico alla realtà, la quale, si badi bene, non l’ho inventata o fatta Io così, ma tale è di suo.
Sulla tua critica di fondo alla mia proposta antidemocratica, riguardo alla difficoltà di individuare il/i migliore/i e cioè prima i filosofi e poi di scegliere tra loro il migliore, come già ho detto, c’è molto da lavorare, ma ribadisco che si tratta di un altro problema. A livello tattico adesso si pone la demolizione della democrazia, che bene o male è dilagata nei corpi e nelle menti dell’occidente e addirittura esportata là dove non l’hanno chiesta e può solo fare disastri (Afghanistan, Iraq, Iran, Africa ecc).

Parto subito da una delle tue frasi chiave: “consapevoli dell’imminenza della morte ………..”
E’ proprio su questo diverso approccio che il filosofo s’identifica ed emerge dal gregge. Alla morte egli ci pensa sempre, oserei dire dall’inizio e senza alcuna particolare urgenza e paura. Viceversa è il non filosofo che non ci pensa mai e taluni neppure nell’urgenza della fine. Non vuoi chiamarla superiorità? Mah! Semplice nominalismo ma c’è certo tra i due una netta e profonda differenza.

Più avanti consideri illecito ritenere l’Aristocrazia l’unico governo possibile; orbene ma non è forse la stessa posizione che voi democratici assumete sulla democrazia, quando la definite: il meno peggio, il migliore dei mali, non c’è nulla di meglio, finché regge la pace va bene, non è perfetta ma è la meno sbagliata, tutto anche la democrazia è migliorabile e altro del genere?

Che il principio d’uguaglianza sia dimostrato biologicamente, neurologicamente ed esistenzialmente, francamente mi sfugge, anzi non mi sembra per niente e tu stesso lo affermi senza portare alcuna prova. La nostra scienza, figlia purosangue del logos greco, si affanna da sempre a cercare e studiare continuamente proprio le differenze tra oggetti, animali e uomini e quel che è peggio è che le trova, in abbondanza, di nuove e continuamente. C’è chi si chiede se addirittura due sia uguale a due, pensa un po’.
Inoltre, anche il grigio perla è diseguale dal bianco, dal nero, come pure dal rosso o dal verde o dal grigio cenere che pure esistono. Diverso è sostenere e dimostrare che tutto è giallo; allora si che per definizione sarebbe tutto uguale. Riassumendo la diseguaglianza ci circonda e ci attrae. L’uguaglianza è semplicemente un doveroso, inventato ma del tutto irreale costrutto logico, che non ha riscontro nei fatti. Potrei arrivare al limite ad una sorta di uguaglianza puramente ontologica e/o metafisica a livello dell’anima, dato e non concesso che ci sia, ma qui esuliamo mi pare, quantomeno in questo contesto …..

Ma ecco che poco dopo emerge il vero valore che per te avvalla l’uguaglianza tra gli uomini (“del rispetto che devo verso coloro che l’hanno votato, in quanto persone che nell’essenza sono uguali a me”). Sono uguali nella loro essenza, e cioè ontologicamente: la stessa paura della morte, la stessa voglia di bene (e di paradiso), lo stesso bisogno d’affetto, lo stesso domandarsi. Dunque sono queste le “profonde affinità”, esaustive e fondanti che giustificano l’uguaglianza e in politica la democrazia? Se fosse così, come sopra ho detto, sarei anche disposto all’accordo ma temo che non siano questi i valori (ontologici) che la fatidica maggioranza, politica e immanente, pone alla base della democrazia. Sono questioni più raso terra e contingenti come il sesso, il censo, la razza al più la religione ecc. E in quelle non c’è traccia di uguaglianza. Peraltro un dubbio m’assale: sei sicuro che tutti i cosiddetti uguali si domandino chi sono, temano la morte, vogliano il bene, l’affetto ecc?? Ho incontrato fior di atei dichiarati che dicono di vivere benissimo senza chiedersi nulla di tutto questo.

Per quanto attiene all’onestà, alla cultura e al carisma non penso che in fondo siano messi mediamente tanto male i filosofi. La loro tensione all’oltre dovrebbe intrinsecamente avvantaggiarli sugli altri. Vogliamo a riguardo citare che so i soliti Socrate, Seneca, Pascal, Bruno, Nietzche ecc ecc.
Sull’onestà sembra che tu “creda” non poco, in particolare hai forti dubbi anche su quella dei filosofi. Ma è sintomatico poi il tuo “Ce ne sono “filosofi”? Perché la risposta sembra negativa? Chi capirà, prima di votare, che va premiata l’onestà di una persona?”, perché dimostra che non riesci neppure a uscire dalla gabbia sacra del voto, che resta per te qualcosa di magico e d’indiscutibile. Si deve decidere chi è onesto per poi votarlo. Il più onesto è il migliore. Tutto qui.
Per me l’onestà ci vuole ma è un sottoprodotto della sapienza e della saggezza, che spero, dovrebbero abbondare nei filosofi, voglio sperarlo. Non mi sento d’esaltarla giacché resta un mezzo e a me interessano i fini cioè le risposte ultime.

Concludendo la mitica tua “invidiare una persona qualsiasi solo per il suo potere materiale, per l’assenza di pace che c’è nel suo volto, per la sua banalità volgare e per la sua malvissuta vecchiaia.” mi lascia perplesso. Chiarisco non sono Io che invidio il Silvio ma i suoi avversari, che tra i diversi valori da te elencati ambiscono soprattutto al mero potere materiale. Comunque dissento decisamente che il suo volto sia bellicoso (forse sarà rifatto e anonimo ma certo sa sorridere) e che la sua vecchiaia malvissuta (hai presente la marea di settantenni col bastone e la badante), passi la banalità volgare …..
Grazie ancora e ciao
Guido

@Biuso
Caro Alberto, ti ribadisco ancora che, come te, anch’io non voto (neanche per il Silvio), giacché questa posizione è l’unica disponibile e compatibile con la mia viscerale avversione verso la Democrazia. In tal modo non ci collaboro, la ignoro e non mi abbasso neppure a combatterla. Solo così sogno o forse m’illudo di poterla vincere, come fece il grande Gandhi con gli inglesi …. Così posso “piccarmi” di essere super partes, neutro e di criticare freddamente le parti in gioco. Non capisco peraltro chi, votando e accettando la regola del gioco che è la becera maggioranza, non sa perdere, non riconoscendo la vittoria dell’avversario, pur avendoci giocato insieme, per quanto possa essere pirla o immondo (l’avversario). Per inciso è proprio il Berlusca che ha buon gioco con la democrazia. Non è forse sul valore della mera e indistinta quantità che fonda le sue strategie massificanti e populiste, conquistando l’elettorato?
Se fosse vero com’è vero che è una minoranza di pensatori (filosofi) che, sintetizzo, “hanno ragione”, per quale assurda, emotiva e forse romantica nevrosi, taluni di loro esaltano la democrazia e la maggioranza, dove sarebbero matematicamente sconfitti? Che siano insieme idealisti e masochisti?

Vengo adesso ad alcune tue affermazioni: “Immondo è certo il Presidente ma più immondo ancora è il suo Pubblico”. M’era parso di averlo già evidenziato ma mi devo ripetere. Chiediamoci, da dove viene e perché è immondo cotanto pubblico? Non è forse il pubblico di sempre, che già c’era prima di Silvio, che Lui ha semmai alimentato e che tuttora ci circonda? Attenzione! Non l’ha fatto lui, non era il suo pubblico ma l’unico pubblico disponibile, per chiunque avesse voluto scendere in campo trent’anni fa nelle telecomunicazioni. Certo si sarebbe potuto educare e costruire, partendo dal suo infimo livello. Fosse stato un missionario del sapere, il Silvio l’avrebbe trasformato ma, ahinoi, aveva altri obiettivi, mannaggia. Pensa se Silvio fosse stato un ……… filosofo!
Da secoli quel pubblico era fatto di bestioline bipedi nulla pensanti, poco più che scimpanzé coi pantaloni.
In quelle masse informi da cinque millenni talvolta emergeva qualcuno che osava sganciarsi dal pecorame circostante e si metteva a pensare, erano i filosofi. Poi trapassavano e la fame, la fatica, il bisogno e il vuoto riprendevano il sopravvento. Finché trent’anni fa si presentò un’occasione unica: la tecnica consentiva di ribaltare quel tragico tran tran. I filosofi di allora avrebbero potuto cogliere l’attimo e, grazie alla tecnica, governare quel ribaltamento, che poteva consolidare quel casuale ma fortunato ricorso al pensiero e trasformarlo da eccezione in norma.
Lo stato, per incoscienza, per necessità o banalmente per libertà, aveva deciso di cessare il controllo sui mezzi di comunicazione. Il potere, che fino ad allora gestiva totalmente l’informazione radio-televisiva sciolse le catene e fu la liberalizzazione. Tutti potevano fare televisione, cani, porci, e santi o …… Filosofi.
Questi ultimi, che certo conoscevano Orazio e il suo Carpe diem, malauguratamente rimasero alla finestra; invece un ometto, astuto e apparentemente insignificante, no.
Per motivi ovvi egli capì che quell’immondo pubblico che aveva davanti, poteva sfruttarlo a suo vantaggio per costruirsi un impero, bastava mantenerlo immondo. Fatto.
E i filosofi? Finalmente qualche decennio dopo si svegliarono e scollarono dalla finestra e, ben lungi dal recitare il mea culpa e mettere su seppure in ritardo l’”Onda filosofica”, diedero addosso all’ometto, imputandogli l’immondezza di quello stesso pubblico che c’era sempre stato e che loro si erano guardati bene dal mondare.

Ancora sul maiale immondo. Il Silvio è un imprenditore, punto!!! Irrilevante che sia centralista, statalista o antiliberista, caro Alberto, semplicemente fa i suoi meri, terreni, economici interessi. Lungi da me esaltarlo o inseguirlo. In tutta franchezza, però, la smetterei con le banalità della P2, della massoneria, della mafia, dei partiti compiacenti e simili, nonché sulla presunta ignoranza di chi non ha preso per oro colato le faziose conclusioni di certo giornalismo sedicente tuttologo e incorruttibile.

Sulla televisione, ti ribadisco come feci a Macugnaga, che la tua posizione sa tanto di fuga e perciò di sconfitta.
La TV non è un moloch invincibile, che incarna sempre e solo il male e il vuoto, dipende da come si usa e si vede. Non è un nemico ma un semplice anche se potente strumento. I canali di Sky, pur essendo monopolistici, sono tutt’altro che fuffaglia e vuoti di sapere, anzi. Mi accusi di disinformazione e tu stesso demolisci un oggetto senza conoscerlo ….. T’invito a non confondere i mezzi coi fini e la TV è e resta un semplice mezzo, che può servire al Silvio come al Filosofo, basta volerla e saperla usare. Saranno i fini semmai ad essere opposti.

Infine: vedremo mai un talk show antitetico a Santoro, Travaglio, Annunziata, Flores ecc ecc ?? E non rispondermi Vesta ti prego …..
Amico mio, non ci fossi Io con chi dissentiresti ehh?
Ciao e grazie,
Guido

Caro Guido,
assai brevemente:
– la televisione non è un semplice mezzo; come ben comprese McLuhan: “Il medium è il messaggio” e questo vale in modo integrale per la tv;
– parlare di Berlusconi e lasciare fuori mafie, P2, Craxi e la corruzione significa non parlare più di niente;
– un imprenditore può fare i propri interessi (ma non diventare complice dei criminali); un presidente del consiglio dovrebbe fare in primo luogo gli interessi della nazione;
– tu non voti ma è molto più grave difendere come fai tu Berlusconi che dargli un semplice voto, che rispetto al numero degli elettori non conta nulla; preferirei che votassi per il PdL ma fossi più critico verso di esso che non il contrario;
– ti consiglio di leggere almeno uno dei testi discussi a Macugnaga -“La ribellione delle masse” di José Ortega Y Gasset- per capire come Berlusconi sia l’incarnazione dell’uomo massa; criticare la democrazia e le masse e poi difendere questo personaggio significa dunque doversi mettere d’accordo con se stessi.

Un abbraccio, A.

Caro Guido,
a me non sembro “pervaso dall’ottimismo e dall’amore” ma devo dire che rispetto all’egoismo e all’odio mi sembrano più sensati (inoltre penso, come dissi a Macugnaga, che egoismo/altruismo sia in realtà una falsa dicotomia). Al di là di ciò, non mi sembra che, storicamente, l’amore e l’ottimismo siano stati dei gravi limiti per un approccio critico verso la realtà.
Tu, Guido, continui a dire che è molto difficile scegliere questa classe di filosofi ma che, intanto, va demolita la democrazia: e l’alternativa? Quando arriverà questa pars construens? Non mi sembra questo “un altro problema” poiché non è un caso, questo, in cui si possa demolire senza esser pronti a costruire. Inoltre non mi pare proprio che dire “non c’è nulla di meglio” (ammesso che io la pensi così, come tu mi vuoi) sia – come tu hai asserito – lo stessa cosa che dici tu: infatti, la prima posizione è realistica, mentre la seconda (ovvero la tua) non lo è (tant’è che non è mai esistita realmente); inoltre la mia concezione, a differenza della tua, non ha la pretesa a priori di presentare “l’unico governo possibile”. Il voto, poi, non è per me né “magico” né “indiscutibile”: nel primo caso perché la parola “magico” per quanto mi riguarda è priva di senso; nel secondo caso, credo che il voto sia discutibilissimo ma non ci sono stati finora argomenti che me lo abbiano fatto mettere in discussione. Oltre a ciò, questa differenza netta tra filosofi e non filosofi non può essere effettivamente basata neanche sulla meditatio mortis; tutti più o meno consciamente – come dicevo nel mio primo intervento – si interrogano filosoficamente e, in particolare, tutti pensano alla vecchia Signora (lo scorrere del tempo ti ci fa pensare necessariamente; e poi considera tutti i proverbi popolari che hanno come oggetto la morte). Che il filosofo, a volte, affronti il problema in modo diverso e costruttivo non lo metterò in dubbio, ma non mi sembra una differenza rilevante, piuttosto mi sembra sfuggevole (del resto, a volte, anche il “guerriero” fa lo stesso).
Ma veniamo all’eguaglianza, per la quale non mi interessa molto il parere della “fatidica maggioranza”, bensì sono interessato a una sua legittimazione razionale, credendo che il problema che tu hai chiamato “ontologico” sia fondamentale. Gli uomini (che già in quanto “uomini” sono distinti per qualche qualità esistenziale dalle pere, ad esempio, o dagli orsi polari) analizzati sotto vari punti di vista presentano comunanze e differenze. Ma la scienza che scopo si pone? Trovare differenze, come tu hai detto? Non mi pare. Trovare invece eguaglianze tra uomini? Nemmeno. La scienza (che non è, peraltro, “figlia purosangue del logos greco”, poiché i Greci si fidavano pochissimo dei sensi, a differenza degli scienziati moderni dopo Galilei) studia gli enti, le cose e, man mano che approfondisce gli studi, scopre proprietà nuove (sia comuni a tutti gli enti, sia che li differenziano).
Ora, benché – come tu giustamente osservi – ci siano parecchie differenze tra gli uomini, le scienze hanno svelato anche caratteristiche più profonde che contraddistinguono tutti gli uomini. Come dicevo queste sono evidentemente di natura biologica e neurologica. Infatti, da un punto di vista biochimico e genetico (pensa anche alle macromolecole biologiche) gli uomini sono essenzialmente uguali. Inoltre, che tu lo voglia o no, sembra proprio vi siano delle emozioni basilari, universali e innate presenti, per l’appunto, in tutti gli uomini (vedi, ad esempio, gli studi sulle emozioni di Ekman e di Darwin): tali sono la gioia, la paura, la meraviglia, la sofferenza, la rabbia e il disgusto: queste non sono scaturite da altro che da processi neuronali (chimico-fisici). Peraltro le scienze cognitive hanno mostrato il primato logico e temporale delle emozioni rispetto alle cognizioni mettendo in evidenza che il carattere universale delle pulsioni primarie scaturisce dal ruolo adattativo che hanno avuto le emozioni nel processo evolutivo della specie Homo sapiens. Allora, dato che – per quanto ne dicano i costruttivisti sociali – oggi l’opinione più sensata sembra essere quella secondo cui gli stati emotivi siano riconducibili a quelle emozioni basilari iscritte biologicamente nel patrimonio genetico degli esseri umani (stati emotivi che dipendono dal funzionamento del cervello), a molti sembra opportuno che le diversità siano incluse all’interno di uno sfondo più ampio di comunanze.
Per tirare le somme – come dicevo nel primo intervento – ci sono differenze ed eguaglianze. Su quali vogliamo porre l’accento? E perché? A me pare il caso – intendiamoci, parlo di questo contesto, non in generale – di porre l’accento sulle uguaglianze e sulla dignità di ogni individuo; tu, invece, continui a ritenere l’uguaglianza “un doveroso, inventato ma del tutto irreale costrutto logico”: ma in questo modo (ovvero non ammettendo che ci sono sia differenze che eguaglianze), forse, non si va da nessuna parte.
Oltre a quanto detto finora ci tenevo a precisare che io non ho parlato di “paura della morte, […] voglia di bene (e di paradiso)” bensì, come puoi andare a rileggere, di obiettivi, paure, affetti (in senso lato), e domande; mi sembra strano che tu conosca atei alieni da queste realtà mentali. Inoltre non capisco perché tu abbia voluto stendere un alone metafisico e trascendente sul mio precedente intervento: non tutti quelli che parlano di amore sono, diciamo, “teologi”.
Infine – ma questo punto è per me di interesse filosofico nullo – io non ho parlato de “il Silvio” ma di “una persona qualsiasi”; certo, mi rendo conto che la mia è stata una frecciatina che si riferiva alla tua apologia de “il Silvio” ma, effettivamente, non c’è un modo oggettivo per sapere se egli ha dei tratti o non li ha (quelle erano solo delle impressioni): se non ce li ha tanto meglio per lui (bada però che “mancanza di pace” non va necessariamente tradotta con “bellicoso” e che vivere in modo malsano può esser inteso in molti modi). In ogni caso eviterei volentieri questi ultimi temi – e, anzi, mi scuso con tutti per averli tirati in ballo in un blog filosofico – per tornare a quelli fondazionali: anche a me interessano “le risposte ultime”, per questo sinora è stato un piacere discutere con te.
Ti saluto

P. S. : mi scuserà il prof. Biuso se ho detto che i Greci si fidavano poco dei sensi; era un discorso generale (che non si riferiva né agli “antichi Elleni” di Nietzsche né agli aristotelici).

@Riccardo L. Appolloni
Caro Riccardo
Ti sento molto serio e preciso, dev’essere il tuo carattere e va benissimo.
Se sono andato oltre me ne scuso. Non volevo travisare il tuo testo, solo ho cercato in buona fede, di portarti verso una dimensione trascendente che ora scopro non ti fa piacere, anzi. Nessun problema, il paradiso se c’è che attenda pure. Peraltro, il mio ricorso a quell’altra dimensione (metafisica) voleva offrire l’unica chance possibile proprio al concetto di uguaglianza (a livello di anime in pratica), che ora più che mai dopo la tua analisi, mi sembra del tutto insostenibile tra gli uomini, nella scienza e nell’immanente. E già, perché la tua è un’uguaglianza prettamente terrena, biologica, neurologica.
Orbene se ho colto la tua posizione il tuo concetto di uguaglianza tra persone si fonda sulla mera condivisione di alcune caratteristiche peculiari del genere homo sapiens, mancanti nelle altre speci e in particolare tu insisti sulle emozioni (paura, gioia, meraviglia, rabbia, dolore). Tali caratteristiche però possono distinguere non solo gli uomini dagli orsi (come tu ben dici), che si presume non le abbiano, ma al contrario è proprio nella loro diversa e soggettiva “disponibilità, manifestazione e impiego”, che ne fa ciascun individuo, che emerge l’impossibilità di uomini uguali.
In sostanza, nel macroconfronto tra uomini e orsi va da se che la morfologia, le emozioni, il semplice uso della parola, che accomunano (non equalizzano) tra loro gli uomini, dimostrano che essi sono diversi dagli orsi; ma la valutazione o la misura di queste stesse variabili, fatta su ciascun individuo, evidentemente sortirà esiti diversi, avvallando fatalmente la loro intrinseca differenza e diseguaglianza.
Voglio dire che non esistono due o più individui che siano uguali (come cinque è uguale a cinque) nel provare o palesare gioia, rabbia, dolore, paura e via via le altre emozioni. Ma quel che è peggio temo proprio non ci siano due individui egualmente creativi, saggi, ironici, tolleranti ecc. Al limite non bastano 99 caratteristiche perfettamente uguali e una diversa per decidere che i due siano uguali. In questo senso non c’è l’uguaglianza tra gli uomini. Vado oltre, presa una variabile a caso, che so l’intelligenza, sarà certo disponibile o ottimizzabile un criterio tecnico-razionale (esami, scritti o orali, test di logica, di memoria, di percezione subliminale, di spirito critico, eccetera ) secondo il quale si possa stilare una vera e propria classifica di merito e dunque di diseguaglianza dei soggetti esaminati. Che la scienza persegua la differenza o l’uguaglianza mi pare scontato ma irrilevante, sta di fatto che dalla gran madre filosofia si sono via via staccate un’infinità di scienze, appunto diverse, con metodi e fini propri e diseguali tra loro. La diseguaglianza dilaga ovunque e devo ribadire che l’uguaglianza resta “un doveroso ma inventato e del tutto irreale costrutto logico”.
Se l’uguaglianza non c’è per due figurarsi per tanti o per tutti; dunque il fatidico “una testa un voto” è decisamente gratuito e infondato, punto. La democrazia, pure.

Vedo che insisti per conoscere la mia proposta alternativa. Non c’è problema.
La Repubblica di Platone che certo conoscerai, con qualche affinamento leggero dopo duemila anni può andare più che bene.
Stranamente mentre sono affascinato da questa soluzione, non essendo Io filosofo, osservo che la stessa non attrae più di tanto voi che ne sareste i protagonisti.
Focalizzo comunque alla buona e rozzamente l’ideale programma e i metodi per raggiungerlo.

Principio o approccio portante:
“l’uomo per la verità e non la verità per l’uomo”.
Obiettivo e valore fondamentale, prioritario e strategico:
la verità (episteme, sapere totale, senso, ultima risposta).
Valori secondari se non irrilevanti:
serenità, amore, benessere, gioia, solidarietà, tolleranza, bontà, sentimentalismi vari ed emotivi.
Metodo e programma
I filosofi hanno affinato in oltre duemila anni le migliori procedure, in ogni caso ritengo inutile accanirsi contro l’evidenza e cioè contro la diseguaglianza, quasi fosse un errore da correggere. Tanto vale metterla in positivo e sfruttare a fondo chi, per merito, per fortuna, per natura o per cultura è diseguale e dispone di mezzi mentali superiori o eccellenti. Basta buttare al macero l’intelligenza, come fa da decenni la democrazia, che illude i beceri e mortifica
i geni, livellandoli tra loro. Temo si dovrà arrivare a scelte drastiche
e opposte all’attuale morale. Una per tutte: il superamento della famiglia tradizionale; solo così, cioè tagliando il legame parentale sarà possibile individuare esattamente i meritevoli e valorizzarli sin da bambini.
La stessa attenzione necessiterà nel verificare il mantenimento dell’eccellenza nel seguito …..
Ritengo dovrà essere rivisto e forse superato il concetto stesso di morale.
Nomina dei governanti:
esclusivamente secondo merito e qualità. Nessun utilizzo di metodi democratici e quantitativi. Gli stessi filosofi affineranno nel tempo, correggendo e migliorando i criteri di scelta dei colleghi filosofi governanti.
Per partire il mitico “per titoli ed esami” può andare più che bene ….
Mi fermo qui ma ci sarebbe da scrivere per ore ovviamente.
Ciao, Guido

Caro Guido,
temo che forse io ti abbia dato l’idea di essere non già “serio e preciso” (cose che andrebbero benissimo) ma troppo serioso e puntiglioso; se è stato così mi scuso di cuore. Tu, d’altra parte, non devi scusarti proprio di nulla; il mio rifiuto delle cose che vanno al di là della materia (diciamo, meta-fisici, se non badiamo alla vera etimologia) e la mia “analisi terrena” valevano per quegli interventi (a cui poi ho esplicitamente aggiunto una spiegazione di natura materialistica) ma non è escluso che possano essere sorretti anche da altro. Spero quindi che i miei limiti espressivi non siano stati troppo d’intralcio a un amicale dibattito.
Ora, pur premettendo che:
1)La tua proposta continua a sembrarmi irrealizzabile per vari motivi. Trascurando quelli di natura esclusivamente pratica (che pure sarebbe impossibile scavalcare) possiamo focalizzare la nostra attenzione su quello fondamentale: tu hai detto in precedenza che il mio ottimismo e il mio amore sono qualcosa di illusorio e poco realistico; a me sembra che illusorio e irrealistico sia il fatto che dei governanti riescano a non farsi inebriare dal potere: il potere corrompe l’animo umano e lo volge all’egoismo più che a un sano amore per la giustizia. Per questo ritengo sia fondamentale che i cittadini, come avviene in una repubblica democratica, possano controllare i governanti poiché, per l’appunto, c’è il rischio che anche quando i filosofi diventassero re – come scrisse Kant – il possesso della forza corrompesse il libero giudizio della loro ragione. Per di più l’infantilismo è sempre in agguato. Ad ogni modo, pochissime persone (forse nessuna) rimarrebbero integre e, inoltre, non ci sarebbe un metodo oggettivo per comprendere chi lo fosse (ammesso che qualcuno vi fosse). E’ probabile, a parer mio, che le pochissime persone che per una postura mentale radicata non sarebbero disposte a farsi corrompere dal potere siano proprio quelle a cui non interessa nulla di governare e di avere alcun potere (cosa si farebbe in tal caso? Le si costringerebbe?). Il potere è sempre tale, anche se parte per essere un beneficio comune e – come dissi a Macugnaga nel mio primo intervento – “dove l’amore impera, non c’è desiderio di potere, e dove il potere predomina, manca l’amore. L’uno è l’ombra dell’altro” (C. G. Jung).
2)Ritengo che la democrazia sia stata (ed è) necessaria affinché un popolo non sia governato dispoticamente (la qual cosa non significa necessariamente che essa sia sufficiente a questo fine); e, inoltre, concordo con Popper quando ha criticato Platone scrivendo (in “La società aperta e i suoi nemici”) che il regime autoritario difeso da questi si basa sulla premessa di una verità assoluta che viene imposta: “una forma di monolitismo politico già denunciato da Aristotele” (Abbagnano);
3)Non sono in generale contrario alle rivoluzioni ma ci penserei due volte, in uno Stato democratico, prima di iniziarne una, potendone in parte prevedere gli effetti (de Toqueville ha scritto qualcosa di analogo in “La democrazia in America”),
devo notare – dicevo – che molte delle differenze di cui parli sono innegabili e che, inoltre, hai fornito molte informazioni in più su cui riflettere rispetto al tuo primo intervento, il quale, mi era sembrato un po’ campato in aria (e non rispondermi – come fa spesso un mio amico un po’ pigro – che “intelligenti pauca”!); sicché il quadro è ora più completo e mi sembra abbastanza coerente.
Tu hai detto che il mio “[…] concetto di uguaglianza tra persone si fonda sulla mera condivisione di alcune caratteristiche peculiari del genere homo sapiens”; ciò è vero, ma in parte: infatti esso si fonda da un punto di vista epistemico su quanto appena detto ma, come avevo accennato (forse in modo poco chiaro) negli interventi precedenti, da un punto di vista sia emotivo che intuitivo, esso si fonda sull’amore e sulla vicinanza intima che sento di dovere verso entità, nell’essenza, a me identiche e cioè su cose che tu hai asserito esplicitamente di ritenere irrilevanti ed emotive, usando ancora una volta la parola “emotivo” in un’accezione negativa, cosa poco condivisibile sia dal punto di vista scientifico (almeno delle scienze cognitive) che “morale”. Dunque, non preoccuparti: non odio i discorsi metafisici; avevo evitato volontariamente discorsi che, sebbene ci possano toccare nel profondo, sono un poco oscuri. Inoltre, ciò che non ho accettato non era una trattazione ontologica del discorso: il punto è che il problema non è “a livello di anime” (almeno non nel senso comune del termine) – come hai detto tu – ma a livello di essenza e di Vita. Nessun remora – come dicevo – ad affrontare la questione in modo più poetico e meno scientifico: te ne darò una prova proseguendo con un brano non scientifico che a suo tempo (sette anni fa) mi colpì in modo particolare:
“Diversamente che un tempo considerava ora gli uomini, con minore orgoglio, con minore intelligenza, e perciò con tanto maggior calore, curiosità e interesse. […] li comprendeva, comprendeva la loro vita guidata non da pensieri e intuizioni, ma unicamente da impulsi e desideri, e si sentiva simile a loro. […] tutti questi impulsi, tutte queste fanciullaggini, tutti questi stimoli e questi appetiti, semplici e stolti, ma smisuratamente forti, pieni di vita, intensamente efficaci, non erano più […] fanciullaggini: egli vedeva gli uomini vivere per loro, li vedeva per loro compiere sforzi smisurati, intraprendere viaggi, far guerre, sopportare fatiche e sofferenze infinite, e proprio per questo ora poteva amarli, vedeva la vita, il principio vitale, l’indistruttibile, […] in ognuna delle loro passioni, in ognuna delle loro azioni. Degni d’amore e d’ammirazione erano questi uomini nella loro cieca fedeltà, nella loro forza e tenacia altrettanto cieche. Che cosa mancava loro, che cosa aveva più di loro il saggio, il filosofo, se non un unica cosa: la coscienza, il pensiero consapevole dell’unità di tutta la vita? E spesso Siddharta dubitava perfino se di questo sapere, di questo pensiero fosse poi proprio da far sì alto conto, o non fosse poi magari anch’esso una fanciullaggine degli uomini-filosofi, dei filosofi-bambini. In tutto il resto gli uomini del mondo erano pari ai saggi, anzi, spesso erano loro di gran lunga superiori […]. saggezza […] non era nient’altro che una disposizione dell’anima, una capacità, un’arte segreta di pensare in qualunque istante […] il pensiero dell’unità e per così dire respirarla. Lentamente questo fioriva in lui […]: armonia, scienza eterna della perfezione del mondo, sorriso, unità. […] tutto era una cosa sola […] tutte le voci, tutte le mete, tutti i desideri, tutti i dolori, tutta la gioia, tutto il bene e il male, tutto insieme era il mondo. Tutto insieme era il fiume del divenire, era la musica della vita […]. Sul suo volto fioriva la serenità del sapere, cui più non contrasta alcuna volontà, il sapere […] che è in accordo col fiume del divenire, con la corrente della vita, un sapere che è pieno di compassione e di simpatia, docile al flusso degli eventi, aderente all’Unità.” (H. Hesse, Siddharta, Barcellona 2002, pp. 109-110-114).
Un tale pensiero, relativo all’unità della vita, è, a parer mio, legato e confermato da un altro concetto di natura psicologica e morale (che citai a Macugnaga nel mio secondo e ultimo intervento): «“Non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te” è uno dei principi etici fondamentali. Ma sarebbe ugualmente giustificabile asserire: tutto ciò che fai agli altri, lo fai pure a te stesso. Violare le forze dirette nella direzione della vita in qualsiasi essere umano, ha necessariamente ripercussione su noi stessi. Il rispetto della vita […] è una condizione di salute psichica. […] la distruttività contro gli altri è un fenomeno patologico confrontabile agli impulsi suicidi» (E. Fromm, Dalla parte dell’uomo. Indagine sulla psicologia della morale, Roma 1971, p. 168).
In conclusione, forse verrà da chiederti: «Ma il concetto [anche se è tutt’altro che un “concipere”] di “unità della vita” come si connetterebbe alla questione delle innegabili differenze tra gli uomini e al problema di come questi dovrebbero essere governati?» Io non saprei precisamente rispondere poiché, da un certo punto di vista, non c’entra nulla. Tuttavia, spesso, tutto parte da un’ontologia, dallo svelamento dei caratteri universali dell’essere e di una realtà più reale, più “vera”, più radicale: può darsi che essa si chiami “Uno” oppure “Uguaglianza vitale”. La molteplicità, la differenza, non è apparenza (come direbbe un certo filone della filosofia greca); è realeìtà ma forse appartiene a un piano della realtà più superficiale, particolare, insomma, non sostanziale. (Abbiamo mai riflettuto sul senso di relativizzazione e di “onnitudine” che c’è dietro una sana risata?) Credo che i piaceri autentici spesso siano il ricordo di tale profonda unione. Ma, come sempre, è possibile che io mi sbagli di grosso. Infine – e questo si ricollega in parte al discorso morale – penso non mi piacerebbe per nulla essere trattato come una persona che, costitutivamente, non può comprendere certe realtà; mi rendo conto dell’importanza di ascoltare e di apprendere dagli altri ma esser trattato come un inferiore, uno che non è riuscito poi tanto bene e a cui qualcuno debba imporre la sua verità propinandola per “la Verità” non me lo augurerei. Non abbiamo forse tutti la stessa “semenza” di cui parlava Dante (nella celebre “orazion picciola”) che ci distingue dai “bruti”? A livello profondo un grande filone della sapienza orientale non accetterebbe neanche quest’ultima distinzione; su questo non mi esprimerò, per ora mi fermerei all’aristotelismo e al classicismo di Dante.
Come ti ho già detto sinora è stato un piacere discutere con te: da questo piccolo dialogo ho avuto molti spunti su cui riflettere e, analizzando le tue ragioni, mi sono arricchito del piacere di nuovi orizzonti; credo che il dialogo – modello insuperabile donatoci da Platone – sia l’unico autentico strumento della ricerca filosofica della verità.
Ci sarebbe ancora qualche precisazione da fare ma credo che non sia molto importante. Del resto, dialogare va benissimo ma accanirsi no; arrivato a un certo limite posso far valere, se tu sei d’accordo, il terenziano “quot homines, tot sententiae”. Ed è anche per questo – congiunto al fatto che ho detto tutto quel poco che sapevo – che, dopo il presente intervento, su questo argomento dell’eguaglianza e della democrazia (almeno per il momento) tacerò.
Un caro saluto,
Riccardo

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