Salvatore Fricano, Nevegal 2010

Salvatore Fricano 11 commenti 549 visite

Cari amici, inserisco qui il mio breve intervento che mi ero proposto di esporre durante la giornata conclusiva delle nostre vacanze filosofiche, sperando vivamente che anche gli altri partecipanti vogliano fare altrettanto. Basta registrarsi, se non si è già registrati, e inserire il testo come articolo. Per le modalità vedi blocco a destra: ‘Per la navigazione del sito…‘.

Naturalmente la mia riflessione può valere uno o due fichi secchi, ma sicuramente devo ringraziare tutti quelli che mi hanno sollecitato a meditare su uno spinoso problema. Depongo quindi la mia timidezza e mostro con sfrontatezza  i miei pensieri, nella convinzione che solo con i contributi sinceri si possa raggiungere una dimensione corale del pensare, che è uno dei più nobili obiettivi delle vacanze. Anche se ogni tanto il coro può stonare!

Rossella, Guido, Riccardo e tutti gli altri, provate anche voi!

Nevegal, 26 Agosto 2010 (previsto)

Sebbene abbia avuto modo di rivedere a casa i miei appunti, aggiungendo delle note, vi prego di essere clementi nel giudicare lo stile veloce e trasandato della scrittura.

Fino a quando la scienza non mi mostrerà la connessione causale fra le molecole che mi compongono e i miei atti in maniera stringente, io non potrò affidarmi alla fede deterministica. Anzi, farei un cattivo servizio al metodo scientifico aderendo appunto fideisticamente alla catena innumerevole, ma non affatto chiara, dell’accadere degli eventi.

Dico questo sulla base delle indicazioni che giungono dalle ricerche scientifiche contemporanee (rif. a Werner Heisenberg (vedi nota 1) , Fisica e filosofia [ Phisics and Philosophy, 1958], trad. di Giulio Gnoli, Milano, Il Saggiatore, 2003). E’ probabile che il determinismo che perdura nel pensiero contemporaneo sia il frutto filosofico riflesso della meccanica newtoniana (vedi nota 2).

La fisica delle particelle elementari sembra che ci dica che non è possibile prescindere dall’osservatore e pertanto possiamo solo determinare la posizione oppure la velocità di una particella. Sarebbe auspicabile una visione ancora ‘classica’ della scienza – come auspicava ancora con tenacia Einstein – ma ciò è oggettivamente impossibile.

Essi [i fisici classici] preferirebbero ritornare all’idea d’un mondo reale oggettivo le cui particelle minime esistono oggettivamente nello stesso senso in cui esistono pietre e alberi, indipendentemente dal fatto che noi le osserviamo o no.” Heisenberg, op. cit., p. 154.

Heisenberg contesta anche quei fisici (ad esempio: Boehm) che affermano che il problema di avere a che fare con i risultati statistici degli esperimenti, a livello subatomico, dipenda dagli strumenti di misurazione. Heisenberg afferma invece che è un fatto che l’osservatore interviene in ogni caso al momento della rilevazione e quindi l’esito non dipende dalla finezza degli strumenti utilizzati.

I fisici come Einstein, von Laue e altri hanno criticato la teoria quantistica perché non postula necessariamente un mondo non fatto dal fisico. Per tali studiosi un mondo esterno è condizione necessaria.

“Ma anche se le sue [della teoria dei quanta] osservazioni intorno alla probabilità degli eventi atomici sono assolutamente esatte, questa interpretazione non descrive ciò che realmente avviene indipendentemente dalle osservazioni e negli intervalli di queste.” Heisenberg, op. cit., p. 170. Per parodosso, non potremmo mai dire cosa avviene fra un esperimento ed un altro, come ricorda Pauli, un altro eminente fisico della scuola di Copenhagen, che collaborò – guarda caso – con Jung. Ma così è!

Fatta questa necessaria premessa, io voglio seguire, per così dire, una sorta di soluzione temporanea, contingente, debole della libertà e del libero arbitrio fino a quando, e aspetto serenamente, che la fisica e la neurobiologia mi dicano esattamente come stanno le cose.

La conseguenza filosofica, per adesso, di quello che ho detto è che non potremmo seguire ‘oggettivamente‘ i percorsi degli eventi ma che anzi modifichiamo gli eventi stessi durante l’osservazione.

Piuttosto viene fuori, dalla fisica, che l’osservatore è ineliminabile nel tentativo di capire il mondo. Certo, il tentativo potrà risultare anche vano, ma un posto o meglio un compito, noi miseri esseri umani, lo troviamo. Se vogliamo legare la nostra semplice esistenza alla conoscenza non possiamo non ammetterlo.

Mi conforta quindi che l’individuo, cioè l’osservatore, ha una sua dignità ontologica. Dobbiamo naturalmente evitare l’ipertrofia dell’ego – come dice Alberto, presso i Greci era una dimensione assolutamente assente – anche perchè questa sarebbe una patologia psichica, all’interno di una diagnosi narcisistica. Manteniamo quindi almeno l’idea di un io in relazione.

L’individualità mi pare venga anche salvata da Lorenz quando dice che non siamo come formiche intercambiabili e anonimi. Altrimenti dovremmo glorificare il conformismo. Mi azzardo anche a indicare ciò come una chiave per leggere l’enigmatica figura del bambino (Io sono), proposta da Nietzsche, per bocca di Zarathustra.

E’ anche chiaro che nel processo psicoterapeutico – soprattutto di derivazione junghiana – l’obiettivo è proprio quello di stimolare, incentivare il processo di individuazione che, al suo estremo quasi impossibile, sarebbe il raggiungimento del Sé. Questo processo di individuazione mi riconcilia anche – come ho detto in un mio precedente intervento – con l’impostazione di Schopenhauer. Se ciò che è vero, la Volontà – si può dire la Natura? – spinge gli esseri ad individuarsi, perchè dovremmo dire un no? Anche se tutto è senza finalismo, senza senso, abbiamo detto che il nostro obiettivo minimo è la conoscenza. Ecco la nostra individuazione!

Lo stimolo alla conoscenza mi spinge a capire, a problematizzare, a soffrire forse più di chi ‘non è informato‘ (come ci ha ricordato Pietro). Sono d’accordissimo con Spinoza, quindi, quando dice che la libertà dell’uomo si limita a conoscere le sue passioni, non ad annullarle.

Accetto pure quello che ha detto velocemente, all’inizio, Augusto. Non mi disturba l’idea di una libertà condizionata. Siamo nati già determinati da eventi importantissimi – sesso, luogo, periodo, carattere nei tratti fondamentali, ecc. – ma pensando, possiamo dire ‘si’ oppure ‘no’. Questo risulta assolutamente evidente.

Non posso che dare ragione a Cartesio, quando il filosofo – in base all’esposizione di Augusto – dice che non è disposto a rinunciare a una libertà personale evidente, sebbene non sia affatto chiara la questione della libertà di Dio o del Cosmo.

Ammettiamolo, siamo in parte liberi.  Possiamo coniugare quindi l’esperienza con la conoscenza. Dovremmo andare alla ricerca delle esperienze migliori e dovremmo essere attenti all’aspetto strutturale (teoretico) delle esperienze. L’aspetto teoretico delle esperienze è fondamentale per un filosofo: “Una vita non analizzata non vale la pena di essere vissuta“, ci ricorda Socrate (o Platone, ma è lo stesso…).

Mi sembra anche evidente che, oltre ad una libertà condizionata, che è data, possa esserci spazio per una libertà come conquista, per quanto precaria possa essere.

A questo punto dobbiamo accettare che la vita vissuta vale nella misura in cui noi abbiamo calato nella prassi i nostri pensieri. Un minimo di oggettività dovrebbe farci distinguere fra idee e cose. Mi guarderei bene dal frequentare qualcuno – prete, filosofo, amico – che predichi beni e razzoli male, o viceversa.

Jaspers ha il mio piccolo apprezzamento quando rifiutò, in base alle prescrizioni naziste per il mantenimento delle cattedra universitaria, di separarsi dalla moglie ebrea. Così quando Beethoven rinunciò al suicidio in quanto riteneva di avere ancora idee musicali (e noi gliene siamo grati!). Oppure,  il triste epilogo di Nietzsche, il suo diventar folle, sarebbe invero grandioso se si riuscisse a dimostrare che il pensatore cercò volutamente il dionisismo puro.  Socrate, Bruno… ai quali aggiungerei tante persone semplici che vivono nel tentativo di coniugare costantemente parola e azione. Non alludo quindi ad una visione sacrificale della vita.

La coerenza fra vissuto e pensato mi sembra la cosa più banalmente umana che ci è dato perseguire. Il diritto all’incoerenza indicato da Mario mi appare come una provocazione oppure come l’estremo limite di una libertà parossistica.

Non so se la coerenza possa richiamare anche la responsabilità, ma forse questo è un altro discorso.

Ricapitolando: seguirò attentamente gli sviluppi degli aspetti deterministici della ricerca scientifica. Quando ci saranno elementi incontrovertibili (vedi nota 3) quello che ho detto lo butterò nel cestino, senza rimpianti.

Fino ad allora accetterò la libertà condizionata, proverò il gusto della scelta, sarò affascinato dal processo del principio di individuazione e tenterò il più possibile di coniugare esperienza e conoscenza.

Salvatore Fricano


nota 1: Werner Heisenberg (1901-1976), tedesco, è stato uno dei più importanti fisici del Novecento. Il suo nome è legato alla meccanica quantistica e alla scoperta del “principio di indeterminazione”. Per approfondimenti clicca qui.

nota 2: So che il gioco è in realtà più raffinato. Esistono tanti rami del determinismo. Ringrazio sentitamente Riccardo per avermi fornito illuminanti precisazioni e una bibliografia di base su tali argomenti.

nota 3: Quando verrà mostrato chiaramente da risultati scientifici che siamo determinati dalle nostre strutture molecolari, ovvero quando si sarà imposto questo paradigma, allora sarò convinto. So che qualcuno – Libet, ad esempio – ha tentato esperimenti in tal senso, ma so anche che è stato contestato il procedimento. Quando dico paradigma mi riferisco proprio ad una prospettiva scientifica radicale che sostituisce quella precedente, come ci ha insegnato Thomas Kuhn. Adesso non parliamo della visione cosmologica di Tolomeo come scientifica così come non attribuiamo valore scientifico alla teoria dei colori di Goethe, ecc.



Commenti (11)

Caro Salvatore,
mi permetto di esprimere un dubbio sulla tesi da te esposta, per la quale, poichè lo stato della scienza conduce a ritenere ineliminabile un apporto “creativo” del soggetto che indaga il fenomeno, per ciò stesso si escluderebbe la tesi sul determinismo. Infatti, secondo una certa lettura alquanto argomentata (v. ad es. i testi di Alberto Biuso, ed in particolare “la mente temporale”), in aderenza ad una prospettiva fenomelogica, la circostanza che l’uomo – come ente pensante e donatore di senso – si ponga in relazione creativa con il mondo,  non conduce a ritenerlo per ciò stesso libero di volere; nel senso che le modalità con cui l’uomo si pone verso la realtà, e si relaziona con il mondo, dipendono da una serie infinita di catene causali,  che fanno di quell’ente, quello specifico ente in relazione che si determina in quel preciso modo, e non un altro.  Inoltre, io stessa ho appreso, leggendo con attenzione il testo di Alberto, che egli propone una visione olistica dell’uomo, e del  pensiero che conosce, non solo con il suo organo/cervello, caratterizzato da collegamenti biochimici e sinapsi, ma anche della sua mente temporale, intesa come corpo incarnato in relazione con il mondo. E non penso che, avendo ascoltato Alberto in questa settimana, possa dubitarsi del suo determinismo!
Quanto, poi, all’obiezione – che io stessa mi sono trovata inizialmente  a muovere al determinsimo -per la quale è nella nostra esperienza quotidiana che noi possiamo cambiare in meglio, e quindi pensiamo di avere voluto cambiare per nostra scelta, è facile replicare che ci siamo limitati a tirar fuopri da noi ciò che già era in nuce, ciò che era già determinato. 
A risentirci. Giuliana   

Cara Giuliana,
innanzitutto ti ringrazio per la tua riflessione.
Penso anch’io d’aver inteso la posizione di Alberto come deterministica e olistica. La espone in maniera stringente nella sua opera più pregrante, fino ad ora, “La mente temporale”, che ho apprezzato molto per lucidità di analisi  e per i riferimenti aggiornatassimi. In aggiunta, abbiamo tutti noi ascoltato Alberto recentemente e ne apprezziamo da tempo la passione filosofica.
Proprio “la serie infinita di catene causali” alla quale tu ti riferisci é ciò che non mi convince. Mi sembra un’assioma che, prima ancora che venga tramutato in paradigma dai risultati delle neuroscienze, non possiamo fare altro che accettarlo. Il determinismo ha senz’altro il suo fascino, ma quando io mi accorgo di poter dire ‘si‘ oppure ‘no‘ non mi sovviene, come una spada di damocle, la catena degli eventi. Se ci dobbiamo porre in maniera creativa, come tu stessa dici, dobbiamo porci anche la domanda se esistano o meno  i predestinati. Ho  parlato anch’io di processo di individuazione, che è un processo complesso dove si giocano i conflitti fra conscio e inconscio, e può spuntarla solo chi ha volontà di raggiungere la meta, perchè la ama.
Comunque, riconosco che gli spazi di libertà vera e propria sono strettissimi.
Grazie ancora per aver raccolto l’invito a partecipare.
Salvatore.

Caro Salvatore, sarò un po’ lungo ma spero si capirà lo sforzo.
Confutare Nietzche non è una passeggiata ………… Sto scherzando!!!!

Decisamente illuminante quel tuo sottile e lapidario “fede deterministica”. E’ lo slogan ad hoc per ridimensionare come si meritano le diverse ontologie meccanicistiche che culminano con Nietzche. In effetti, dopo Spinoza, l’idea della necessità assoluta dell’essere dilaga e si rafforza ma senza assurgere a verità incontrovertibile. Resta una delle tante proposte, che galleggiano nel pensiero. Certo tra le più attuali e condivise, ma costretta, per essere “vera”, a passare anch’essa fatalmente dalla fede, trasformandosi in una sorta di “religione della necessità”, che par quasi un’autonegazione. E se di fede dobbiamo parlare, vuol dire che c’è ancora margine per la ricerca, come giustamente tu stesso proponi di fare più avanti e anch’Io qui di seguito.
In buona sostanza dei filosofi dell’”essere eterno e automatico” apprezzo il delicato e coraggioso tentativo di “superare” la libertà e i suoi ammennicoli (caos, rischio, incertezza, impotenza), la morale (bene, male, giusto, sbagliato, lecito, illecito) e in generale i diversi dualismi (bello e brutto, avanti e indietro, prima e dopo ecc), che se da un lato ci hanno consentito di pensare, dall’altro ci hanno bloccato nella conquista del fatidico Unicum onnicomprensivo.  L’astuzia di rispondere a tutte le questioni con il puro e freddo “Perché è necessario”, pare vincere e calmare ogni angoscia. Niente è buono o cattivo, conquista o disgrazia ma tutto è freddamente necessario. Auschwitz e Hitler, Calcutta e Madre Teresa, la conquista della luna, la scoperta dell’America e ogni altro “avvenimento”, perdono la loro carica epocale, malvagia o benefica e del tutto morale, culturale ed emotiva, per ridursi a eventi semplicemente inevitabili e asettici. Spariscono meriti e colpe e i relativi sbocchi escatologici del paradiso e dell’inferno, banalizzati dalla passività e dall’innocenza dell’uomo, che non può avere né responsabilità né futuro. Un’innocenza intrinseca che consegue dall’annichilamento della libertà e di ogni suo rischio conseguente. Peraltro niente di nuovo sul versante della sofferenza, che, seppure necessaria, fa ancora molto ma molto male all’uomo (un pugno o un cancro saranno pur diventati necessari ma fanno male, soffrire e uccidono come prima).
Con la necessità assoluta la filosofia sembra aver raggiunto quasi la verità, a costo del massimo di disperazione e dolore (il desiderio era di scoprire La verità sensata, invece eccone una ma senza senso). La Medicina cura il corpo, la Filosofia invece, brama tanto la verità da sacrificargli il corpo: non è la verità per l’uomo ma l’uomo per la verità.
Con Spinoza sembrava che restasse ancora aperta la questione del senso e cioè dove fondasse cotanta assoluta necessità? Spinoza pareva aver risposto con la coincidenza di Dio (il Senso per eccellenza) con la stessa natura (necessaria), cadendo però nel paradosso di una “necessità eterna e sensata”.  Saranno Schopenhauer e Nietzche, eliminando Dio, a smascherare l’ingenuità spinoziana, forse più forzata (il rogo ancora incombeva) che autentica.
Ed ecco la definitiva e lacerante consacrazione: alla necessità non serve avere senso, perché è da sempre e per sempre e scorre senza scopo, in eterno.  Dunque tutto è necessario, gratuito e schiavo del divenire senza senso, raggiungendo l’estremo limite dove caso e causa si sublimano e coincidono. Sfortunatamente questo destino travolge anche l’uomo che, in quanto parte dell’essere, deve soggiacere a tale condizione ed essere anche lui necessario e insensato.  Ma mentre il sasso e il bufalo lo sono senza saperlo e senza problemi, l’uomo ne è cosciente …… razionalmente e allora non può che esplodere il dramma. Millenni di pensiero, di logica e di autocoscienza, nell’uomo dell’ottocento riverberano come non mai l’esigenza di capire e di avere un senso.
L’uomo non può che precipitare nell’assurdo e nella disperazione, sia come singolo sia come genere, stante l’eternità della necessità, che taglia ogni residua e futura speranza di senso (disperazione nichilista).
Nietzche si rende conto del disastro e dopo aver fatto la frittata tenta di ricomporre maldestramente l’uovo.
Le sue proposte di “salvezza” mi sembrano evanescenti se non risibili. L’amor fati poteva forse bastare alla bocca buona degli antichi egizi o sumeri ed anche il ”diventa ciò che sei” non può più illudere l’uomo del novecento e men che meno quello del 2000. L’eterno ritorno poi non regge: che la finitezza numerica degli enti debba richiedere la loro ripetizione per riempire l’eternità mi sembra contorno e gratuito, non bastava giocare l’infinità di combinazioni finite per ottenere l’infinito? Anche il viaggiare per tornare e ritornare, la ricerca perenne come pseudo-fine, l’eterno presente e gli altri palliativi che tentano inutilmente di arginare l’abisso nichilista, mi appaiono patetici e infantili. Non convince neppure il mitico Oltreuomo, cioè l’uomo in grado di “sopportare l’idea” secondo cui l’Universo non ha un senso: più che di eroico mi sa di vinto e rassegnato. Per non parlare della fuga mistico-ascetica di Schopenauer, del tutto confondibile con le attuali insulse e dilaganti teorie New Age o degli avvitamenti sterili e grotteschi del volere ciò che si vuole, fino a godere masochisticamente della propria nullità e inutilità.
Decisamente più onesta, ironica, sincera e travolgente, l’insanabile angoscia del canto notturno Leopardiano.
Se posso permettermi e se di salvezza vogliamo parlare, è un errore strategico insistere “a valle”, quando è troppo tardi e la valanga ha la massima potenza ed è inarrestabile e invincibile. Forse il rimedio è a monte, alle radici ontologiche della necessità, quando sta nascendo e innescando la bomba.
Chiediamoci ancora: come stanno tra loro la necessità da un lato e il senso o l’anima e lo stesso Dio dall’altro?
La risposta corretta non mi sembra quella di Nietzche, che sostiene “frettolosamente” la presunta morte di Dio.
In realtà alla necessità assoluta il senso e Dio, come visto, non servono o, meglio, sono del tutto … NON NECESSARI.
Infatti, non c’è creazione o causa prima, né attesa o ricompensa: c’è solo e sempre necessità insensata.
C’è però un dettaglio da considerare e cioè che “non necessario” non equivale ad impossibile o inesistente, anzi ….
Ma allora Dio e il senso non sono morti (quasi che prima fossero vivi), essi non sono mai stati ……………  necessari.
Dunque, contrariamente a come vorrebbe Nietzche, essi “resistono” ancora, ma sono altrove ed estranei alla necessità, al tempo e all’eternità Nicciane.
Dunque, qualcosa sfugge a quella necessità, che è appunto assoluta perché slegata (ab-soluta) dal senso e da Dio.
Il suo dominio è incontrastato ma non comprende il divino e neppure, in “senso lato”, il trascendente, che Nietzche dava “allegramente” per travolti dalla presunta morte di Dio.
L’impero della necessità resta immanente, chiuso nello spazio-tempo e “confinato e imprigionato nell’eternità”, ma l’essere va oltre il tempo e dunque oltre la necessità.  A questo proposito mi tocca riaffrontare una questione squisitamente matematica, ardua (ahimè) per i filosofi, ma banale per ingegneri e fisici.
Da quattro secoli (Newton, Leibnitz) la matematica domina agevolmente il concetto di infinito, considerandolo un numero semplice e innocuo come ogni altro, col solo vezzo di essere sia pari che dispari. Lo moltiplica, lo eleva a potenza (infinito all’infinito), ci fa il logaritmo, il fattoriale e la tangente e arriva a dire che il rapporto tra infiniti può essere zero, un numero o infinito.  Orbene, se definiamo una grandezza fisica e una sua unità di misura convenzionale, possiamo quantizzare, misurare (riconducendola a numero) e dunque governare totalmente quella grandezza. Nel caso del tempo, assunto per esempio il minuto come misura, possiamo affermare che il tempo va da meno infinito a più infinito minuti (ore, anni o parsec farebbe lo stesso). Dunque il tempo, compresa l’eternità, è riducibile, isolabile e confinabile tra più e meno infinito, estremi compresi. Erroneamnete a quanto pensano i filosofi dunque, l’eternità non è oltre il tempo MA E’ TEMPO ESSA STESSA. L’oltre tempo o il non tempo è qualcosa che è estraneo o oltre o altro dall’eternità, ma non chiedetemi cosa, quando o dove esso sia.
Questo “metatempo” (sono creativo e …… partorisco) è una dimensione qualitativamente e catafaticamente opposta al tempo sopra definito, così come il non spazio o l’oltrespazio (metaspazio) è catafaticamente opposto allo spazio, che, per inciso, va anch’esso da più a meno infinito (metri, Km, anni luce ecc). Un possibile surrogato di tali opposti ce lo da l’approccio quantistico, per cui ogni variabile fisica può essere intesa come la combinazione libera e discreta di “quanti elementari” (piccoli quanto si vuole ma finiti), separati tra loro e non ulteriormente divisibili.
Il tempo sarebbe così una combinazione di quanti temporali, tra loro uguali e distinti e l’eternità sarebbe un’infinità di tali quanti. Mentre i quanti individuano il tempo classico, ciò che li separa potrebbe essere quel metatempo di cui parlavo sopra. Peraltro, essendo la qualità il criterio di distinzione, potrei anche azzardare che il non tempo potrebbe addirittura essere lo spazio o viceversa, sempre che essi siano qualitativamente antitetici.
Tornando a Dio, visto che non è morto, non è nato ma è solo non necessario, dov’è finito alfine?  Giacché essendo stato pensato, tutt’ora pensabile, nominabile e “funzionante”, da qualche parte dobbiamo pur metterlo.
La risposta è scontata: se non sta nella necessità, che come visto non è onnicomprensiva, ci tocca ipotizzare almeno un’altra dimensione catafatica (si lo so, ne abuso, ma mi piace troppo), che, con poca fantasia, potrei definire della “NON NECESSITA’”, situabile forse negli “intervalli interquantici”, rigorosamente indipendenti dai quanti (?).
Ed ecco che riprende vigore la speranza, per il riproporsi di un’ennesima sfida, quella che dal confronto-scontro dialettico tra necessità e non necessità ci farà ancora progredire, lungo quell’ineffabile infinita retta, che forse è un fascio d’infinte rette, che ha nome verità (episteme). Animo filosofi, si riparte ma ………… dall’inizio!!
Guido

Caro Guido,
il tuo commento, che ho apprezzato, ha richiesto una adeguata riflessione, prima di una replica, almeno da parte mia.
Allora, il problema è la necessità. Se mi è lecito riassumere la tua lunga esposizione, potrei dire che ti angustia il fatto che fior di filosofi, ovvero Spinoza, Schopenhauer, Nietzsche in primis, abbiano aperto la strada all’uomo deresponsabilizzato contemporaneo. Devo ammettere comunque che le posizioni deterministiche, che tu chiami in questione, hanno anche per me un fascino irresistibile.
Effettivamente, riflettiamo, noi siamo dati, non ci auto-creiamo. Per forza dobbiamo dipendere da qualcosa. Con una espressione che a te è piaciuta, dovremmo ricollegarlo a una necessità catafatica, che farebbe rientrare Dio dalla finestra, dopo che è stato sospinto fuori da una dura, insensata necessità. Non sono in grado di seguirti in questa aspirazione ‘teologica’.
Mi pare che ti possa rispondere in maniera molto più modesta: io “penso” di essere libero, tutto sommato. Quindi, sono libero! Se qualcuno mi dice che sono necessitato, gli chiederei di spiegarmi esattamente come. Era questo il senso del mio intervento. Quindi il problema, secondo me, è da affrontare in modo strettamente fenomenologico. Si può obiettare: tu credi di essere libero nelle tue scelte, ma in effetti, qualcos’altro ha deciso per te. Bene. Chiederò, ulteriormente, cosa ha deciso per me. Se io muovo il braccio e la risposta è che è partito un impulso nervoso dal mio cervello, domanderò cosa ha mosso il mio cervello affinchè avvenisse il contatto sinaptico. E ancora: se l’approssimarsi del contatto sinaptico si era già precostituito (esperimento di Libet), domanderei come ciò sia avvenuto. Ammantare tutto questo come un meccanismo inesorabile, come fanno i deterministi ‘duri‘ mi lascia profondamente insoddisfatto. Intendiamoci, insoddisfatto perchè ci si ferma ad una spiegazione meccanicistica, ancorchè grossolana. E’ quello che volevo dire a proposito dell’influenza della meccanica newtoniana sull’atteggiamento scientifico contemporaneo.  Per fortuna, nella scienza si muovono anche altre posizioni, come ho cercato di mostrare. Non sono, ovvio, competente nell’argomento, ma mi sembra un dato incontrovertibile della scienza contemporanea che la presenza dell’osservatore ‘influenza’ l’osservazione stessa. Detto in termini filosofici, noi (persona, individui, ‘soggetti’ come vogliamo chiamarci) abbiamo un ruolo ‘necessario’ nel determinare il ‘nostro’ vero. Kant mi sembra insuperabile, sotto questo punto di vista.
Una asettica visione ‘oggettivistica’, impersonale, glaciale è invece ciò che vogliono presentarci Spinoza e Schopenhauer. Non so se questo vale anche per Nietzsche. Forse sì. E’  come se noi dovessimo assistere dal di fuori degli eventi stessi che ci coinvolgono e dire, con disprezzo, che le cose vanno come debbono andare. Molto più modestamente, noi dobbiamo semplicemente vivere. Cioè pensare. E si pensa ciò che si vive. E’ nel pensiero che scoviamo, percepiamo (forse siamo pure orgogliosi) che ci sono spazi di libertà. Sono convinto, mi sento di poter dire, che ogni persona sa in cuor suo di poter scegliere con piena consapevolezza, in determinate occasioni. Il discorso della necessità può essere accettato, va bene – logicamente è stringente – ma occorre fermarsi dinnanzi all’espressione di libertà dell’uomo.
L’articolo di Paolo Ricca, pubblicato recentemente nel nostro sito, non mi ha convinto perchè non capisco quando dice che l’uomo è libero, riprendendo la vita di Paolo, perchè lo ha deciso Dio. Testualmente dice: “Siamo liberi di scegliere Dio, ma non lo scegliamo”. Bella cosa! Così come non mi convince la distinzione che fa Alberto fra libertà di fare, che viene ammessa, dalla libertà di volere, che invece è insuperabile, imbattibile e infinitamente superiore alla libertà di fare. Chiederei ad Alberto: se un uomo, per dimostrare di essere libero, dovrebbe volere ciò che intimamente non vuole! Più ci contraddiciamo più siamo liberi? Io direi che costoro vogliono essere pazzi!! Oppure, un uomo non potrebbe  mai contraddirsi, ma allora non dovrebbero esistere individui pazzi! L’amara realtà ci fa osservare che esistono individui che non sono tragicamente d’accordo con se stessi.Dov’è qui il divenire ciò che si è?
Ecco quindi che ti seguo, caro Guido, quando tu dici che, con l’accettazione della necessità,  verrebbe anche accantonata la responsabilità. Dobbiamo dire piuttosto: siamo, dobbiamo, speriamo di essere responsabili.
Domando ai deterministi: mostratemi che l’azione, il pensiero di un un essere umano dipenda dal cammino neuro-biologico delle sue stesse azioni, che queste  siano totalmente riconducibili a catene di eventi determinati. Mostratemi, in termini incontrovertibili questo e vi darò ragione. Non ditemi che gli eventi sono casuali perchè ciò non spiegerebbe nulla.
Era questa la domanda forse posta da Arturo, nelle nostre chiaccherate recenti, a Nevegal, a proposito dell’esempio addotto da Schopenhauer: da una stessa famiglia nascono due individui completamente diversi. Per il filosofo questo dimostrava la casualità delle forme di vita, per chi sostiene che il divenire dell’individuo è libero (appunto di individuarsi), l’esempio è altrettanto fortemente calzante!
Caro Guido, un caro saluto e alla prossima!
 

          Caro Salvatore,
ti ringrazio per i tuoi spunti molto intewressanti. Tendo a tralasciare le parti del tuo intervento che condivido o di cui semplicemente apprezzo la saggia prudenza (sai che su quella siamo d’accordo), passando direttamente alle critiche. Dunque, devo dire che se, da un lato, i tuoi discorsi sulla meccanica quantistica in rapporto al libero arbitrio sono stati per me interessantissimi, dall’altro, essi mi sono apparsi poco convincenti. Consapevole del fatto che ogni discorso sul problema della libertà vada preso – come si suol dire – con le pinze e in pieno accordo con l’idea espressa in conclusione dal prof. Rindone, secondo cui non eravamo andati a Nevegàl per risolvere il problema in modo definitivo, mi accingo a replicare per amor di scienza al tuo intervento principale (quindi non ai commenti posteriori); ciò sarà fatto senza difendere alcuna tesi, ma solo tentando di togliere un po’ di veli dalla questione al fine di fare piccoli passi verso quell’a-letheia che ci è tanto cara, ma a proposito della quale non si possono sfoggiare certezze tanto facilmente. La mia tesi è che, al di là del fatto che il libero arbitrio ci sia, non ci sia, o sia solamente uno pseudo-problema da dissolvere (come voleva Wittgenstein), al contrario di quanto tu dici, una visione scientifica della realtà si accorda col determinismo.
          Un’immagine scientifica del mondo si accorda col determinismo nella questione del libero arbitrio per le varie seguenti ragioni:
          A- Il principio di conservazione dell’energia; in accordo con questa legge della termodinamica possiamo dire che i miei atti di volontà fanno parte della catena causale di eventi fisici iniziata col Big-bang. L’idea della fisica è che l’universo sia un sistema chiuso: se l’uomo è fatto solo di materia (monismo materialistico) il suo cervello obbedirà alle leggi deterministiche; se l’uomo è composto di due sostanze, l’una materiale e l’altra immateriale (dualismo ontologico delle sostanze) non si capisce come questa sostanza sia in grado di interagire con un sistema fisico chiuso.
          B- Se io voglio e agisco in modo (anche un poco) non determinato io cambio la realtà: ammesso e non concesso che io possa riuscire in ciò, come si accordano questi continui cambiamenti del mondo con le leggi deterministiche del moto in base alle quali equazioni differenziali possono, teoricamente (c’è a volte il limite pratico), prevedere eventi futuri?
          C- Il ricorso alla fisica quantistica non ci aiuta poiché essa non par essere attinente al problema del libero arbitrio. Ecco, in ordine di importanza crescente, i perché:
          C1: non si può razionalmente escludere che la fisica quantistica sarà reinterpretata deterministicamente o superata da un’altra teoria non indeterministica (Kuhn a parte, i cui scritti fondamentali mi sono parsi un mare di contraddizioni, in parte onestamente riparate anni dopo).
          C2: la meccanica quantistica non prova che gli eventi cerebrali – che hanno grandezze macroscopiche rispetto a quelle di cui si occupa questo ramo della scienza (quelle di un elettrone) – non siano determinati. L’eventuale ontologia del caso del mondo microfisico c’entra col libero arbitrio?
          C3: Se anche, per assurdo, il mondo macroscopico obbedisse a leggi non deterministiche, questo non farebbe alcuna luce sul libero arbitrio! Se, infatti, gli avvenimenti fossero casuali (le volizioni, le azioni, etc.) la libertà (sia di volere che di agire) non sarebbe affatto garantita: se sono libero vuol dire che ho deciso/agito io, autonomamente e in modo indipendente, non che ho agito secondo le leggi del caso o, semplicemente, a caso. Allora potrebbe aver ragione De Caro quando dice che l’indeterminismo fisico non fa altro che aggravare il problema del libero arbitrio.
          Dunque, tirando le somme, non mi pare che in questo contesto si tratti del perdurare della meccanica classica, ma di interpretare in modo più sensato quella quantistica: questo è un problema grosso, essendovi numerose interpretazioni. E’ vero che con la meccanica quantistica abbiamo dovuto, per molti versi, rimpiazzare il determinismo meccanicistico con il concetto di probabilità (o meglio con schemi probabilistici). Tuttavia non penso che tu voglia mettere in discussione la valenza, su base macroscopica almeno, della meccanica classica e del determinismo. Sai benissimo che se tiriamo la pallina del ping-pong contro il muro essa non passerà attraverso quell’ostacolo (questa è una probabilità reale secondo la fisica quantistica), ma rimbalzerà secondo una traiettoria calcolabile; in modo analogo guardandoti intorno e facendo esperimenti non troverai altro se non leggi deterministiche, sulle quali noi basiamo la nostra vita. Inoltre se io osservo una Tac non influenzo ciò che voglio osservare con la Tac. Trovo dunque inappropriato al contesto, per quel poco che ne so io, asserire che il soggetto influenza l’osservazione; infatti, se ci fai caso, nelle stesse citazioni che tu hai usato si parla di “eventi atomici”, “subatomici” e “particelle minime”: ma gli eventi cerebrali non sono tali, essi sono, da un punto di vista della meccanica quantistica, come “pietre e alberi”. Se io misuro questa scrivania che ho davanti con un metro, la mia misurazione non influenza proprio nulla (che mi interessi); se invece mi trovo a misurare particelle atomiche io non uso il metro ma, generalmente, altre particelle le quali mi informano della posizione o della velocità di quelle entrando con esse in rapporto strettissimo e andando a influenzare lo status delle particelle che volevo osservare, come se per rendermi conto che là c’è una scrivania io le getto con violenza contro la mia sedia e modifico la sua posizione e/o la sua forma. E’ importante, almeno credo, rendersi conto di questo fatto che mi sono permesso di raccontare usando una terminologia e un esempio banali. L’osservatore di particelle microfisiche, da quel che ne so io, è influente perché usa mezzi necessariamente invasivi rispetto a quella parte microscopica che vuole osservare; in genere si misurano particelle per mezzo di particelle. Tale non è affatto il caso degli esperimenti dei neurobiologi come Libet e Roth, il cui unico limite potrebbe essere quello di valere per le decisioni semplici (come alzare un dito) e non per quelle complesse (come decidere di sposarmi).
          Ho avuto modo di leggere critiche interessanti contro il determinismo propugnato dai neuroscienziati (come quelle di Alfred R. Mele nel suo recentissimo Effective Intentions. The Power of Conscious Will, Oxford 2009); ma sono critiche che, generalmente, si basano sulla semplicità degli esperimenti o sulla complessità del concetto di libertà che secondo alcuni non si riduce alla teoria del libero arbitrio. Tuttavia non trovo affatto decisive quelle critiche che cercano di far uno spazio alla libertà servendosi della fisica quantistica, per i motivi suddetti.
Infine che il fatto che tu possa dire “un sì o un no” sia evidente, non significa che sia vero in tutti sensi; analogamente è evidente che il sole gira in torno al nostro pianeta ma pare che non sia vero (anche se sappiamo dopo Einstein che in realtà non è propriamente vero neanche che i pianeti girano intorno al sole: la traiettoria dei pianeti è una geodetica, quindi una specie di retta, in uno spazio a quattro dimensioni e il sole non esercita alcuna forza di gravità, bensì la sua massa deforma la geometria locale del continuum spazio-temporale).
          La dignità ontologica dell’individuo può tranquillamente rimanere intatta come quella di un ente facente parte del tutto, che è costituito della stessa materia naturale e quindi con essa in stretta relazione, composto da atomi immortali (nulla si crea e nulla si distrugge).
Ma al di là dei vari ragionamenti un punto, al quale tu accenni, è innegabile: io, tu e credo tutta la gente “normale” (scusa questo termine rigido e sciocco: si fa per capirci) ci sentiamo liberi; e qualsiasi cognizione e conoscenza potremo mai avere relativa al libero arbitrio, tale sentire, rimarrà (ed è giusto che sia così) la nostra ultima parola. Anche se volessimo attribuire all’Autore della Natura – come ha fatto H. Home (cugino di Hume) – questo “sentimento ingannevole”(1) relativo al nostro esser liberi, penso che esso, se esiste, ci è indispensabile (come ha sottolineato Nannini) e, credo, non può esser veramente influenzato da qualsivoglia idea e giudizio. Ciò nulla toglie, mi pare, alla nostra personale individuazione e realizzazione di esseri coscienti e molto diversi – si pure nel particolare – gli uni dagli altri.

          (1) Cfr. E. LECALDANO, Hume e la nascita dell’etica contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 1991, p. 136.

          Oltre che da suggestioni varie, a cui non posso riferirmi con esattezza, ho preso la maggior parte delle nozioni esposte da:
          DE CARO, M.(a cura di), La logica della libertà, Roma, Maltemi, 2002, pp.12-14.
          NANNINI, S., Naturalismo cognitivo. Per una teoria materialistica della mente, Macerata, Quodlibet, 2007, pp. 135-158.

          Un caro saluto a te e a tutti gli amici. Aspetto preziose riflessioni e commenti.
          A presto

          Riccardo

Cari Salvatore e Riccardo, siamo sempre i soliti …… pochi e buoni.
Vado anch’Io subito alle puntualizzazioni riguardo ai vostri testi.
Premesso che non ho particolari simpatie per Dio, apprezzo, Salvatore, che hai capito la mia delicata proposta di farLo sopravvivere alle bordate nicciane seppure nella precaria e fumosa “finestra della non necessità”.
Non capisco poi come tu possa “pensare di essere libero” pur riconoscendo che siamo dati e non autocreati. E’ qui in fondo che sta il nocciolo del problema. La passività intrinseca e primordiale del nostro esistere, l’essere stati gettati (Rossella) e costretti a vivere e a pensare, parrebbe sufficiente a escludere ogni nostra ulteriore libertà. Immaginare una sorta di libertà successiva all’esserci, residua e limitata non è altro che una formalizzazione della schiavitù: uno schiavo può comunque alzare un braccio e chiudere gli occhi ….
Non ha senso una libertà limitata di cui si parlò anche al Nevegal. La libertà deve essere totale o non è. E se non è increata, ingenerata e volontaria (Dio) non c’è.
Peraltro, come bene hai intuito, finché la necessità resta una fede, per la mente cosciente è salva almeno la libertà di crederci o meno. Se invece la necessità dovesse diventare scienza, come più volte hai preteso, dovremmo accettarla, avremmo superato la fede e perso quella iniziale (e attuale) libertà.
Ovviamente, è dall’ignoranza (Benedetta) che vengono, in positivo ben’inteso, la fede e la libertà.
Una certa utilità della nostra ignoranza è che sarebbe tale e tanta che per “salvare al limite la libertà” potremmo ipotizzare una condizione di libertà, riguardante una nostra possibile dimensione, preesistente alla stessa nascita. Solo così potremmo sperare in una libertà effettivamente primordiale e completa, che coinciderebbe quasi con quella divina. Noi, gocce di Dio, avremmo scelto di incarnarci ed esistere. Ancora una volta, per ipotesi, per confronto o come abuso spesso dire, catafaticamente, siamo costretti a dare un mondo alternativo e trascendente.
Riccardo, parto con la dualità delle sostanze. Se l’uomo fosse fatto da due sostanze, l’una materiale e l’altra no, la nostra incapacità di coglierne le relazioni non dimostrerebbe la loro inesistenza o coincidenza. Rimarrebbero comunque disponibili.
Il dualismo delle sostanze può reggere anche se non si capisce ……. ancora come o perché possano esserci.
Mi sembra che Tu dia per scontato una sorta di casualità riguardo al modo di essere delle micro particelle. In effetti, si chiama “meccanica” e non “casualità” quantistica. Ti cruccia l’espansione della casualità che dal micro invaderebbe il macro ma, al contrario, perché mai dovrebbe esserci meno determinismo tra le particelle che nel macrocosmo? L’indeterminatezza nell’infinitesimo è un nostro limite o un’impossibilità strumentale ma non esclude che anche lì ci sia la necessità. E’ la nostra incapacità (attuale) di cogliere la possibile necessità quantistica che ci costringe al probabilistico. Ma così facendo non possiamo fondare una casualità quantistica. Se l’energia è sufficiente, l’elettrone non vuole, nonpuò ma deve saltare al livello superiore.
Concordo e sottolineo infine (vedi sopra) che la libertà viene dall’ignoranza e non dal caso. Ricordo il classico paradosso dell’onniscienza e dell’onnipotenza. Se è vera l’una è falsa l’altra o viceversa.
Ciao mitici, alla prossima.
Guido

Cari amici, mi dispiace tantissimo non avervi rimandato nessuna voce nel deserto, soprattutto se il silenzio generale può avervi dato un po’ di tristezza, ma vedo che in ogni caso non ha inibito il vostro entusiasmo iniziale. Ho avuto talmente tanto da fare che venerdì scorso sono crollata e solo la febbre a 40 riesce a costringermi a casa e insieme a liberarmi uno spazio di tempo per formulare un contributo. Di argomentare metodicamente sugli spunti reciproci non sono brava come siete bravi voi, e quindi farò quel poco di cui sono capace, dire quello che penso (e non diciamo fesserie, dire quello che si pensa è tanto!).
 
Sfacciatamente sposto l’argomento Necessità dal piano scientifico sul quale mi sento completamente impreparata, ma che anche (probabilmente proprio per la mia incompetenza) non mi sembra del tutto fondante, ma accessorio.
Personalmente individuo un legame viscerale tra Tempo e Necessità. Dapprima, e ne abbiamo parlato a lungo, nel senso che tutti i fenomeni si dispongono in una concatenazione di cause e conseguenze che si dispiega nel Tempo. Così l’uomo, in quanto essere temporale, si trova necessariamente nella catena originata dal Big Bang come spiegava Riccardo, che copio e incollo perché non saprei spiegarlo meglio:
A- Il principio di conservazione dell’energia; in accordo con questa legge della termodinamica possiamo dire che i miei atti di volontà fanno parte della catena causale di eventi fisici iniziata col Big-bang. L’idea della fisica è che l’universo sia un sistema chiuso: se l’uomo è fatto solo di materia (monismo materialistico) il suo cervello obbedirà alle leggi deterministiche; se l’uomo è composto di due sostanze, l’una materiale e l’altra immateriale (dualismo ontologico delle sostanze) non si capisce come questa sostanza sia in grado di interagire con un sistema fisico chiuso.
Ora, quello che volevo aggiungere a questa visione che abbiamo ampiamente discusso a Nevegal, riguarda la questione sempre riproposta del “sentimento della libertà”.
Mi pare che sia il vincolo temporale ciò che assegna strutturalmente all’uomo il sentimento della libertà. L’uomo infatti sperimenta la propria libertà, come abbiamo più volte detto, perché non è in grado di conoscere tutti i condizionamenti che lo determinano. Ma credo che siamo stati un po’ approssimativi nel dire ciò: come se la questione fosse che la quantità di dati è troppo grande per la portata del nostro cervello. E allora da qui abbiamo cominciato a pensare che colui che conoscesse tutto non si sentirebbe libero, e per riflesso che il nostro senso di “libertà” derivi da un’ignoranza nel senso di carenza, di debolezza. Più quantitativa che qualitativa.
Credo che anche da una tale svalutazione del sentimento della libertà come esistente in funzione di una falla delle nostre capacità (laddove la libertà ci sembra la nostra parte migliore), sia derivata la ribellione di tanti.
Piuttosto credo che l’impossibilità di conoscere tutte le cause che ci determinano sia non tanto accidentale ma strutturale alla nostra temporalità. Se anche potessimo ri-flettere su tutti i fenomeni del passato ed effettuarne il calcolo totale, sempre un fattore mancherebbe per la conoscenza anticipata di ciò che sto per fare (conoscenza che annullerebbe la libertà): il presente.
Il presente può essere solamente vissuto; quello che possiamo osservare e immettere nel nostro “calcolatore di cause del futuro” è già diventato passato. E intanto un nuovo presente si consuma in maniera davvero poco concettuale (per fortuna!), e solo un istante dopo, il nostro cervello, dopo essersene nutrito nella vera vita, ne raccoglie il cadavere e può cominciare a studiarlo nella sua tana un po’ asfittica di formule e sillogismi..
Così nel presente, unico spazio di vera energia e esistenza, è come se si interrompesse per uno spazio infinitesimamente piccolo la corrente concettuale che scorre tra passato e futuro.
Ma in questa ignoranza non vedo niente di umiliante, lascio a voi anzi, immaginare la serenità che può dare la liberazione da una mentalità del controllo!
Carissimi, vi bacio, spero di leggervi e di vedervi presto!
Benedetta

Cari amici, a Nevegal ho parlato anche troppo e quindi volevo astenermi dal continuare qui. Vorrei comunque proporvi alcune brevi considerazioni a partire da un approccio un po’ diverso, quello della filosofia analitica.
Se la condizione stessa (uno dei tre postulati kantiani) dell’azione morale è il libero arbitrio, esso a sua volta dipende da due requisiti ben precisi: «che all’agente si prospettino diversi corsi d’azione alternativi» e che tali corsi stiano sotto il controllo dell’agente, appartengano alla sua autodeterminazione; ne seguono questioni e posizioni molto articolate, che vanno sotto i nomi di determinismo o indeterminismo causale, di compatibilismo (tra libertà e determinismo) e libertarismo (per il quale solo l’indeterminismo causale è, invece, compatibile con la libertà) (De Anna e De Caro, in Filosofia analitica, Carocci 2007, pp. 427-428). Ne scaturisce l’Argomento della conseguenza proposto da van Inwagen e che a me sembra davvero molto chiaro e ben costruito:
Per poter agire liberamente rispetto a una qualsiasi azione particolare, un agente deve controllare quell’azione. Tuttavia, per poterlo fare, l’agente dovrebbe controllare o gli eventi nel passato remoto oppure le leggi della natura: ossia i due fattori da cui –se il determinismo causale è vero- quell’azione (al pari di tutti gli altri eventi) è necessitata. Purtroppo, ambedue i fattori sono al di là del controllo di qualunque agente, poiché il passato è inalterabile (niente o nessuno può controllarlo) e le leggi della natura sono ineludibili (nessun essere umano può violarle). Dunque, poiché ogni azione è determinata da fattori al di là del controllo degli agenti, nessun agente può mai agire liberamente. (Ivi, 435)
 
In sintesi, il libertarismo o si scontra con le leggi fisiche o riduce la libertà al mero caso (che, come la necessità, costituisce in effetti l’opposto del libero arbitrio); il compatibilismo salva l’impostazione scientifica ma in questo modo toglie la libertà agli agenti. Il risultato confluisce, in ogni caso, verso la negazione del libero arbitrio, visto come una delle più naturali e radicate forme dell’autoinganno umano. Non soccorre neanche la fisica quantistica, il cui indeterminismo rimane confinato al livello subatomico, senza conseguenze su quello del mondo macroscopico. Esclusa la microfisica, le scienze vanno ribadendo la piena plausibilità del determinismo, in biologia (genetica) come nelle neuroscienze, in psicologia (la psicologia evoluzionistica) come in molte teorie sociali (Ivi, 429-430).

Caro Alberto quanto affermi sulla mancanza del controllo da parte dell’agente mi sembra addirittura non una ma “La” condizione necessaria per la sua libertà, paradossalmente e all’opposto a quanto sostieni e cioè che sarebbe in tal modo necessitato. Mi rivolgo anche alla Benedetta che, stranamente, dopo aver sostenuto con ragione che la libertà è figlia dell’ignoranza, mi sembra pentita e quasi, come dire, fatalista e filo big bang. Ci sarebbe ancora da tornare sui possibili legami, riguardo al presunto dualismo della sostanza che, pur essendo a noi sconosciuto, è tutt’altro che impossibile.
Torno ad Alberto: lo stesso Laplace (il determinista) sostenne che se conoscessimo tutto, ma proprio tutto, del passato e tutto, ma proprio tutto, del presente, comprese tutte, ma proprio tutte, le leggi della fisica, saremmo irrimediabilmente e necessariamente determinati, costretti e dunque non liberi. In fondo è lo stesso problema che avrebbe il Dio cristiano, che per definizione è veramente e completamente onnisciente: come potrebbe essere libero?? Oppure come potrebbe essere anche onnipotente, cioè assolutamente libero? Si tratta della classica empasse con la quale i cristiani si salvano solo col mitico “credo quia absurdum”. Concordo peraltro sul mancato soccorso della fisica quantistica che, nonostante che per noi resti immisurabile e perciò difficilmente studiabile, non per questo diventa casuale o libera, anzi niente di più facile che sia la necessità stessa del macro, una volta appurata, a scendere per analogia nel micro.
Grazie, Guido

 
Cari amici,
ritengo che la brevità (consapevole e voluta) di Alberto possa richiedere dei piccoli chiarimenti. Un lettore, di primo acchito e senza approfondire, potrebbe pensare: “Ah, mi si è aperto un nuovo orizzonte di cui non si era parlato! Vengo ora a sapere che non c’è solo chi ritiene che sia tutto determinato e che non vi sia libertà o chi pensa il contrario, bensì vi è addirittura chi pensa – sulla scia di Hume, di Schlick e molti altri – che il determinismo sia in pieno accordo con la libertà. Ma perché Alberto, prima, mi ha scritto che esistono i sostenitori di questo compatibilismo tra libertà e determinismo e, poi, in una conclusione sintetica, mi ha riportato che “il compatibilismo salva l’impostazione scientifica ma in questo modo toglie la libertà agli agenti”? L’argomento della conseguenza non mi ha chiarito tutto. Sono così ingenui questi compatibilisti? Ma di quale libertà si parla?”
Allora, dovremmo forse aggiungere che la libertà in filosofia è intesa in molti modi di cui si possono distinguere i più importanti:
A – Libertà sociale: rapporto triadico tra un potere (lo Stato, un bullo, etc.), un azione e un agente;
B – Libertà di agire: rapporto tra un agente e un’azione;
C – Libertà decisionale:
C1- Volontarismo (talvolta teoria del libero arbitrio);
C2- Teoria dell’autonomia: sono libero se la decisione sorge veramente da me (una sottocategoria di questa teoria è quella dell’autenticità: la decisione libera deve risalire al nucleo, al vero io della persona);
C3- Teoria della razionalità: è libera quella decisione che è presa razionalmente.
 
Ora, va segnalato che in genere i compatibilisti hanno asserito che la negazione della libertà non è affatto la negazione di C1 (come si è detto spesso a Nevegàl) ma di A e B. Inoltre i compatibilisti hanno anche detto spesso che la vera libertà decisionale è C2: questo va d’accordo con l’idea secondo cui noi tutti siamo soggetti alla catena deterministica (causale) di eventi che compenetra la realtà. Se la libertà fosse solo C1, i compatibilisti non avrebbero modo di esserlo e, in effetti, come si è accennato, il problema del compatibilismo forse è questo: come fai a render conto ai corsi d’azione alternativi se credi nel mondo deterministico? Chiarito ciò mediante la puntualizzazione del fatto che i compatibilisti generalmente hanno detto che le libertà che possiamo avere sono A,B e C2, rimane la complessa vicenda (ricca di sotto-argomenti, cambiamenti e revisioni dovute a incoerenze) dell’argomento filosofico più famoso contro il compatibilismo: il Consequence Argument. Sarebbe interessante discutere di questo argomento accogliendo la preziosa scintilla di Alberto, come sarebbe bello parlare del fatto che la libertà decisionale non deve esser per forza il libero arbitrio (vedi sopra C2 e C3). Secondo alcuni, infatti, non è affatto scontato il seguente argomento:
SE la DECISIONE è DETERMINATA
ALLORA la DECISIONE NON è LIBERA
 
[Alcuni spunti sono stati attinti da M. De Caro (già citato) e dalle lezioni con C. Lumer; ma sono io il solo responsabile di eventuali e possibili imprecisioni]
 
Un caro saluto a tutti,
Riccardo

“Rimini in Inghilterra”
Vi ropongo una lettera che mi ha pubblicato La Prealpina.

Paralisi mentale
Qualche giorno fa è accaduto un evento emblematico, che ben sintetizza l’attuale fase storico-culturale dell’occidente. Il premier inglese Cameron, padrone di casa, non ha trovato di meglio che dire a Papa Benedetto XVI in visita ufficiale in Inghilterra, queste testuali parole: “Santità, Lei ha sfidato il mio paese a riflettere e a porsi delle domande”. In questa frase, di un candore disarmante e insieme colpevole, ci sono il tramonto e la tragedia dell’Europa e non solo, all’alba del terzo millennio. Emerge in tutta la sua virulenza la paralisi mentale in cui versano milioni di cervelli, tra i più “agiati e avanzati” del mondo. Doveva proprio andare un Papa a Londra, dopo secoli di abbandono e lontananza, perché quel popolo, maestro di organizzazione, di rigore e tra i più illuminati e intelligenti, potesse finalmente “riflettere e chiedersi certe domande”? Com’è possibile che non sappia più porsele da solo? Quasi che non sia necessario e vitale indagare e capire perché viviamo, lavoriamo, procreiamo o, al limite, perché stanno franando i millenari valori assoluti con l’avvento del nichilismo e del relativismo? E’ forse più importante sapere chi è l’ultima miss universo o chi ha vinto il GF, il campionato di calcio, o a quanti rapporti più o meno incestuosi sono arrivati in Beautiful? Che fine hanno fatto Newton, Bacone, Locke, Hume e Russell? PAZZESCO!
E quel che è peggio è che gli inglesi sono la punta di un iceberg, che sotto raggruppa tutti gli altri popoli europei o americani, bianchi e non, ormai del tutto secolarizzati e senza più spinte o velleità esistenziali.
E’ questa la vera crisi che dilaga e distrugge l’occidente, ben più lacerante di quella economica, che passerà presto senza lasciare traccia. La paralisi e la fine del pensiero sono ben altro disastro. Da lì non se ne esce. Gli attuali potrebbero essere gli ultimi sussulti d’intelligenza e di creatività. Rantoli della fede sia religiosa che atea e della speranza che l’uomo possa avere un senso, che vada oltre il consumare, il divertirsi, il godere e il morire.
guido.martinoli@libero.it
 

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