Il flauto e la filosofia (con brani eseguiti da Salvatore Fricano)

Salvatore Fricano 0 commenti 184 visite

Ripropongo qui la mia breve dissertazione che ho presentato l’anno scorso a Santa Caterina Valfurva, la sera del 25 agosto 2016, a un gruppo volenteroso di amici. Ho cercato di mettere in evidenza una relazione particolare che secondo me intercorre fra l’arte di suonare il flauto e la filosofia.

Ho quindi inframezzato i miei interventi eseguendo dei brani con il flauto traverso e, grazie alla ‘galeotta‘ Tina che ha registrato di nascosto a mia insaputa (anche perché avevo i battiti cardiaci a mille!), posso riportare qui tali esecuzioni, chiedendo scusa anticipatamente a chi, avendo orecchie allenate, possa non gradire l’ascolto. Come attenuante posso solo dire che sono un dilettante, sia nel suonare il flauto che nel partorire pensieri un minimo filosofici.


Santa Caterina Valfurva, Giovedì 25 Agosto 2016

saletta dell’Hotel ‘Santa Caterina’

Desidero intrattenervi sul rapporto che io intravedo fra il flauto e il ‘filosofico’. Potrebbe sembrare l’accostamento ardito perché comunemente si accosta il suono del flauto a ritmi saltellanti, leggeri. Cercherò di mostrare che non esiste solo questo aspetto, ma qualcosa di più profondo. Non a caso diversi grandi nomi del cammino del pensiero hanno avuto un interesse diretto con lo strumento, o perché lo hanno suonato oppure hanno composto delle musiche. Vi dico qualche nome:

  • Martin Lutero,
  • Federico II di Prussia,
  • Jean Jacques Rousseau,
  • Arthur Schopenhauer,
  • e anche Umberto Eco!

La tesi filosofiche solo qualche volta direttamente hanno messo in rilievo il flauto. Platone, ad esempio, Nella Repubblica bandisce i flautisti ma li rimette nelle Leggi, chissà perché…

Proprio l’incauto sileno viene infatti subito chiamato in causa. Alcibiade dichiara che Socrate è un flautista (auletes) più stupefacente (thaumasioteros) di Marsia:

“Questi, mediante i suoi strumenti, incantava gli uomini con la potenza della bocca” e, come tutti i buoni flautisti, li iniziava all’esperienza dionisiaca del divino. Senza strumenti e con nude parole (psilois logois), Socrate fa esattamente la stessa cosa. I logoi di Socrate producono il medesimo effetto del flauto. Incantano, soggiogano. Lo sa bene Alcibiade che, ascoltandoli, sente tumultuare il cuore nel petto e ne diventa schiavo: “Per le melodie del flauto di questo satiro, tali sono le sensazioni che io, come molti altri, patisco”.

A. Cavarero, A più voci, filosofia dell’espressione vocale, Feltrinelli, p. 82.

E ancora:

Il Socrate flautista, seguace di Dioniso, che Platone raffigura nel Simposio non attira l’attenziona del giovane Nietsche. Per il filosofo tedesco, che tende a identificare il protagonista dei dialoghi platonici con il platoniso, Socrate è piuttosto “il nuovo Orfeo che si leva contro Dioniso”. La sentenza compare nell’ambito della celebre tesi nietzschena che illustra l’origine della filosofia come una vittoria dell’apollineo sul dionisiaco. Non si tratta di un trionto della cetra sul flauto, bensì del trionfo della ragione visionaria sull’esperienza musicale.

A. Cavarero, op. cit., p. 87

Recentemente, a Udine, si tengono incontri dal titolo ‘Filosofia con flauto e arpa’, coordinati dal prof. Stefano Poggi.

 

Passi famosi dove il flauto fa da protagonista, rendendo l’atmosfera unica, solo per citarne alcuni:

  • La danza degli spiriti beati da “Orfeo ed Euridice” d C. W. Gluck
  • Arie dal “Flauto magico” di Mozart
  • Attacco del tema principale del 1 movimento della settima Sinfonia di Beethoven
  • Aria della follia dalla “Lucia di Lamermoor” di Donizetti
  • Preludio al pomeriggio di un fauno di Debussy
  • Inizio del Bolero di Ravel
  • Altri momenti importanti si trovano nelle sinfonie di Brahms e di Mahler

Quello che ho in mano è un flauto traverso, diverso dal flauto originario (aulos). Il suono viene prodotto diversamente, e anche il timbro a quanto pare è diverso. Quello originario aveva un suono nasale, più simile all’attuale oboe. Ma prendiamo in considerazione due aspetti, che non sono mutati: la necessità del respiro e la vibrazione.

Il respiro

Anche con il canto c’è la necessità della corretta respirazione, ma con il flauto (e gli altri strumenti a fiato), se si respira non si può parlare (né cantare, ovviamente). Non è cosa di poco conto. Secondo Adriana Cavarero così la musica precede la parola:

[…], il flauto è un sostituto della voce che impedisce, a chi lo imbocca, di dire o cantare parole. Come la voce inarticolata dell’infante e dell’animale, il suolo del flauto, in un certo senso, precede la parola. La precede non solo nello sviluppo a di una vita umana o nella genealogia della specie, ma soprattutto perché non la esige, la rende inutile, superflua rispetto al potere del godimento acustico.

A. Cavarero, op. cit., p. 87

Quindi se il flauto precede la parola e comunque comunica all’ascoltatore qualcosa, vuol dire che attinge a ciò che più profondamente sentito. Ecco un primo avvicinamento alla dimensione metafisica.

La vibrazione

Ma c’è un aspetto ancora più interessante quando osserviamo il fenomeno della vibrazione. Gli uomini antichi, i ‘primitivi’ come hanno capito che si potevano produrre dei suoni. Certo, ne sentivano tanti: lo stormire delle foglie, il flusso d’acqua di un ruscello, il fruscio delle onde, gli uccelli, i tuoni, ecc.

Ma che cosa hanno pure intuito? Ecco lì le ossa di uno scheletro. Magari un femore, oppure una tibia. E magari appartenuta ad un parente, magari molto caro. E’ ciò che rimane. La vita non c’è più. Cosa si inventano. Lo prendono, soffiano. Soffiano! (Psyché!!). Esce qualche stridolio. Stupore. Non basta. A quell’osso vengono praticati dei buchi. Con un pò di pratica, cioé di fatica, escono più suoni. Il parente è vivo. Ci comunica qualcosa. Possiamo variare i toni come in vita questi era arrabbiato, triste o sereno!

L’osso (quello che rimane del morto) con qualche buco prende vita.

Il flauto è uno tra i più antichi strumenti musicali. I primi flauti (zufoli di canna, di bambù, di sambuco, ecc.) furono costruiti e suonati da antichi pastori, il cui scopo era quello di riprodurre i suoni della natura che più li ci affascinavano (canti degli uccelli, sibili del vento, versi degli animali, ecc.)

Nell’antica Grecia veniva adoperato un tipo di flauto chiamato in diversi modi: siringa, flauto del Dio Pan, fistola. Il suo particolare nome ha origini divino-mitologiche e deriva dal nome della ninfa ispiratrice Siringa.

Questo mi permette di giustificare il primo brano, di un autore del periodo cosiddetto impressionistico, Debussy.


1. Sirinx del 1913 di  Claude-Achille Debussy (1862-1918)

Viveva un tempo sui monti dell’Arcadia, una ninfa di nome  Siringa (dal greco Syrinx=canna), seguace del culto di Artemide che viveva nei boschi cacciando.. Tanta era la sua leggiadria che molti dei cercavano di possederla e tra questi anche il dio Pan, che iniziò ad inseguirla. Siringa mentre tentava la fuga per sfuggire al dio, pregò suo padre, il dio fluviale Ladone, di sottrarla a quella caccia. Fu così che fu trasformata in un fascio di canne sotto gli occhi di Pan.   Al dio altro non rimase che prendere una canna, tagliarla in tanti pezzetti e legarli assieme con un legaccio ricavando in questo modo uno strumento che emetteva una melodia dolcissima e che da quel momento prese il nome di Siringa (noto anche come “flauto di Pan”)“.


2. Aria su basso continuo del 1706 di Gottfried Finger (1660-1730)

Quando la musica si svincolò dalla dimensione sacra, stiamo parlando del Seicento, giravano in Europa semplici temi, affidati ai cosiddetti bassi (ground), che potevano essere viole, violoncelli, liuti, chitarre, dove uno strumento più agile, quale il violino o il flauto appunto, potevano sovrapporre delle variazioni. La variazione va intesa come un approfondimento del tema principale, che ne vuole ricavare tutte le possibilità espressive. Cosa facciamo noi quando leggiamo e rileggiamo un filosofo? Ogni nuova lettura getta nuova luce su quello che pensavamo di aver capito! Ancora più filosofico risulta il fatto che le variazioni si basino sul tema della ‘follia’. Flauto-filosofia-Follia.. Lucia di Lamermoor che perde il senno…

Il tema ha avuto innumerevoli variazioni, dal Seicento a oggi.


3. Sarabande del 1722 di Johann Sebastian Bach (1686-1850)

Il Settecento è pieno di musiche per flauto, anche se ancora la sua intonazione è incerta. Il sistema delle chiavi non è stato ancora perfezionato (bisognerà aspettare l’800). Quindi spesso viene utilizzato in pezzi poco impegnativi per l’esecutore. Il grande Bach invece intravede un utilizzo complesso del flauto, sia nell’espressione che nella difficoltà tecnica. La partita per flauto solo BWV 1013 in LA min si può accostare ad altre partiture importanti che Bach dedicò a strumenti soli, quali il violino o il violoncello.

Ascoltiamo il movimento lento, una sarabanda.


3. Largo dalla ‘Primavera’ di Vivaldi, del 1733, arrangiamento per flauto solo di Jean Jacques Rousseau (1712-1778)

Tutti noi conosciamo le ‘quattro stagioni’ di Vivaldi, soprattutto l’inizio (accennare..). Ebbene ci fu un grande filosofo che, ahimè a quei tempi, povero in canna, che per sbarcare il lunario si spaccio per compositore (ha scritto un opera leggera) ma in effetti era ‘copiatore’ di musica. Suonava regolarmente il flauto traverso e trascrisse la ‘Primavera’, a quei tempi già famosissima, per flauto solo.

Ecco il Largo, movimento centrale fra i due allegri.


4. 3 studi giornalieri di Federico II di Prussia (1712-1786)

Adesso immaginate un monarca illuminato, amante della filosofia, che si volle circondare da alcune delle più grandi menti di allora, compreso Voltaire: Federico II di Prussia fu un grande suonatore di flauto traverso e compose anche molte sonate e concerti. Ebbe come maestro uno dei più grandi flautisti di tutti i tempi, Joaquim Quantz, nonostante il padre di Federico avversasse questa passione, che certo non era militare. Immaginiamo Federico che svolge i suoi esercizi quotidiani con il flauto, nella residenza di Potsdam, con un silenzio interrotto solo dagli uccelli.


5. Der Vogelfanger bin ich ja del 1792 – Mozart (1756-1791)

Un altro aspetto interessante. Il suono del flauto, che non richiama la voce umana, che è alieno dalla disperazione e dal dramma infuocato, ha sempre suscitato emozioni ‘magiche’. Vi ricordate la fiaba del pifferaio magico di Hamelin, che riesce a cacciare i topi della città, su ordine del borgomastro? Ma questi non pagherà quanto pattuito e il pifferario allora, con il suo flauto, attirerà con se i bambini del villaggio? (fratelli Grimm e Goethe). Il grande Mozart, sebbene non avesse in gran conto lo strumento (come dicevamo prima perché le note erano incerte) scrisse una grande opera, Il flauto magico, che Massimo Mila, accosta per importanza alla Nona Sinfonia di Beethoven. Per Schopenhauer era un geroglifico pieno di significati segreti e per Hegel uno dei migliori libretti d’opera mai scritti.

Il flauto magico è il dono che fa la regina della Notte al principe Tamino per liberare la figlia di lei, Pamina, rapita dal ‘malvagio’ Sarastro. Ma c’è un altro personaggio, non eroico, anzi uno spaccone che si vanta di uccidere draghi, Papageno, che in realtà è un povero uccellatore (cattura gli uccelli) e che possiede un flauto di  Pan. All’inizio dell’opera si presenta: Un uccellatore sono io, riproducendo in modo onomatopeico un stacco melodico degli uccelli.

Ecco questo brano.


6. Danza degli spiriti beati – Christoph Willibald Gluck (1714-1787)

Orfeo, il mitico cantore della musica ha perduto la sua Euridice. Riuscirà a trovarla, ma andando negli inferi. Trova qui anche le anime beate. Gluck come presenta la scena? Affida al flauto solista questa scena, che Berlioz definirà come il brano più bello scritto per flauto.


7. Was ist der Mensch? – Friedrich Kuhlau (1786-1832)

Certo il mondo musicale è un mondo strano. Pensate dei brani e pensati a titoli sensati, quali ‘Allegro’, ‘Andante’, ecc.  Ma quando gli autori si fanno prendere la mano danno dei titoli fin troppo liberi, dove l’ascoltatore ha difficoltà a trovare corrispondenza fra melodia e situazione.

Kuhlau  fornisce, a uno dei suoi pezzi per flauto solo, un titolo altamente filosofico: Was ist der Mensch? (‘Che cosa è l’uomo?‘). Forse l’andamento cangiante, fra lenti e mossi, indicherebbe – ci azzardiamo a pensare – la natura ondivaga degli esseri umani.


8. Density 21.5 del 1936 – Edgar Varese (1883-1965)

Ecco un brano che dovremmo definire contemporaneo, ma che in realtà è stato scritto 80 anni fa. il compositore francese scrive questo pezzo appositamente per un flautista, Georges Barrere, ma il titolo è già molto asettico, appunto ‘contemporaneo’, forse nichilista! 21,5 è la densità del platino, metallo con il quale era stato costruito il flauto di Barrere.

Qui secondo me sono più evidenti le doti metafisiche dello strumento. Non c’è tenerezza, non c’è sentimento. Ci sono vapori quasi insondabili, atmosfere rarefatte. Che forse alla fine lasciano perplessi. Ma sono questi, i nostri tempi!

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